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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

La vita di trincea

17 aprile 2015

Proseguiamo con le testimonianze dirette dei nostri soldati al fronte, citando ancora Gianni Stuparich attraverso un estratto del suo libro “La guerra del ‘15” pubblicato nel 1931:
«Piove, piove. Siamo tutti rannicchiati nel fango; le fossette sono piene d'acqua. E non la smette. Mi sono coperto col telo da tenda, sono tutto dolorante, rigido, bagnato, in questa mia tomba umida, stanco. M'addormento per la stanchezza, con la testa su una pietra liscia, percorsa da rivoletti d'acqua; fuori, l'acqua viene giù a torrenti. Verso sera la pioggia cessa; breve tregua, perché il cielo è ancora tutto nuvoloso; il sole, vicino a tramontare, rompe le nubi. Usciamo dalle nostre tane a sgranchirci le membra, ad asciugare almeno un poco la roba, a goderci di questi pochi sprazzi di sole che ci sono concessi. [...] Viene il rancio, ma se ne deve sospendere, per il momento, la distribuzione, perché gli austriaci ci hanno visti e ci bombardano. È da ventiquattro ore che non mangiamo. Mi accorgo d'aver molta fame e, quando riesco con cautela a farmi riempire anch'io la gavetta di brodo, v'inzuppo quasi mezza pagnotta e mangio con avidità e con gusto. La divisione alla nostra sinistra è in pieno combattimento: monte Cosich fuma tempestato di colpi. Anche il nostro settore promette poca calma. Difatti gli austriaci, dopo una breve pausa che ci ha permesso di mangiare, riprendono a tirare sulle nostre trincee. Il tenente Sampietro che stava sorvegliando la distribuzione del rancio, è rimasto illeso per un vero miracolo: proprio sopra la sua testa, a pochi centimetri, è scoppiato uno shrapnel ed egli s'è trovato di qua dal cono, sotto un fiocco di fumo bianco; qualche centimetro più in là, sarebbe stato crivellato dalle schegge. Così avviene spesso, e nessuno più se ne meraviglia; io penso al limite così fragile e incerto che divide la morte dalla vita. Sampietro s'è appena riparato, che s'ode, nel silenzio più pauroso, arrivare un altro proiettile. Lo scoppio è tremendo; prima che si richiuda su questo il tetro silenzio, una voce angosciosa scandisce nell'aria un appello disperato: "por-ta-fe-ri-ti!". Giunge un terzo proiettile: questo è proprio per me e per i miei vicini; la trincea trema, le schegge picchiano come tempesta sulle tavole e sui sacchetti, polvere acre e terra m'investono e m'entrano negli occhi e nel naso. [……]
A poco a poco si delineano le forme, si precisano le cose intorno a me. Un bordo della trincea è tutto rigonfio di morti che si mescolano in un viluppo confuso: rintraccio faticosamente le figure umane ad una ad una. Sono quasi tutti cadaveri di soldati austriaci: molti - inamidati da una patina untuosa - sono riversi nella fanghiglia nello stesso senso, nella stessa positura, come sardine: si scorgono alcune teste allineate lungo l'orlo, altre che pencolano, altre non segnalate se non da ciuffi di capelli impeciati. Sono stati forse colti da una raffica di mitragliatrice mentre fuggivano allo scoperto, e sono crollati così, simultaneamente, come i pali di uno steccato abbattuto da un colpo di vento. Delle mani, logore e spolpate come guanti smessi, s'artigliano in un gesto estremo, protese in un inutile tentativo di aggrapparsi alla vita. [...]
La posta che arriva su, ci sveglia, ci travolge con gli altri in un'ondata di contentezza, perché nessuno se l'aspettava; anche noi ne riceviamo tanta: tutte Le Voci arretrate che abbiamo chieste, giornali, lettere d'amici. C'è ancora un po' di luce nell'aria tanta da permetterci di decifrare gli scritti che più ci stanno a cuore. [...]»
L’arrivo della posta riesce addirittura a provocare nei soldati un’ondata di contentezza, un sentimento inimmaginabile in quell’inferno che è la trincea. Eppure il contatto epistolare con l’ambiente e gli affetti che ogni soldato ha dovuto lasciare, poiché costretto da incomprensibili motivi a partecipare a quell’assurdo massacro, diventa l’unico appiglio al quale aggrapparsi per resistere e coltivare la speranza di sopravvivere a quell’incubo. La posta diventa l’unico mezzo attraverso il quale ricordarsi che lontano dai campi di battaglia esiste ancora la possibilità di tornare ad un’esistenza normale, scandita da ritmi biologici e naturali, e non dal devastante scoppio delle bombe o dal cinico sibilare delle pallottole. 
A seguire il testo una lettera di Filippo Guerrieri [Forte Aralta, 29 giugno 1916] [……]:
«Su un blocco di calcestruzzo rimasto da una parte piano e liscio si è improvvisato un tavolino, dagli zaini, dai tascapani è uscito un foglio di carta, una penna stilografica ed ognuno scrive, e scrivendo si riposa, perché nel ricordare voialtri, nel narrare a voi la nostra vita sembra che la stanchezza si allontani, pare che ogni parola scritta si porti via uno dei nostri tanti dolori e quando la lettera è finita si prova realmente un dolce benessere, si respira più liberamente, direi quasi si comincia di nuovo a vivere. Per questo ogni minuto libero è dedicato a quelli che sono lontani e lo scrivere una cartolina e quando è possibile una lettera, non è un fastidio, ma una gioia; è il tempo meglio impiegato, l'unico che sia da noi benedetto. In quei momenti ci si astrae da tutto quello che ci circonda e che non è mai bello, non si è più sotto un sasso, nascosti in una roccia, non si è più al pericolo, no, no, si è accanto a voi nella casa tranquilla che non conosce che la pace e si parla di tante cose del tempo bello e del vino buono. [...] 
Quando poi arrivano le vostre lettere è un'esplosione di gioia è un protendere di mani nel buio, perché giungono sempre di notte nelle posizioni avanzate, divise, separate per compagnia e per tutta la notte stanno lì con noi serrate al petto del primo che l'ha ricevute e quando l'alba permette di leggere ecco che ciascuno di noi esce dal riparo, dal nascondiglio e afferra la nota busta col noto indirizzo. Si sa, la cernita è fatta in un momento, s'intravvede anche a distanza, anche nel mucchio geloso la propria corrispondenza, chi non conosce le buste della propria famiglia e la calligrafia dei suoi anche da lontano? Ma tutti. Le vostre buste sono più larghe, più grandi di tutte le altre e ciò mi è utile perché le scorgo più presto degli altri, le tiro su in fretta e poi scappo dietro il mio sasso ch'è il mio palazzo.
Difficilmente noi mandiamo delle maledizioni, quasi mai, perché a tutto siamo abituati e rassegnati, non ci si arrabbia se piove e non abbiamo da cambiarci, se il rancio non arriva, se il fuoco infuria, si sa, siamo alla guerra e deve essere così, ma guai se la posta non arriva, è l’ira di Dio che si scatena.
 
 grande guerra


news pubblicata il 17 aprile 2015


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