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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

La sanita' militare italiana durante la Grande Guerra

21 aprile 2015

In circa tre anni a mezzo di guerra, 41 mesi per la precisione, il sistema medico sanitario militare italiano dovette gestire il trasporto, la cura e il ricovero di oltre due milioni e mezzo di feriti ed ammalati. L’intero apparato, al cui comando vi era il Generale Della Valle, era composto dai soldati del Corpo della Sanità Militare e dalla Croce Rossa Italiana, la cui nascita risale al 1864. Oltre al personale medico, facevano parte della Croce Rossa Italiana anche le “Dame della Croce Rossa”, dal 1908 inquadrate nel Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana. A loro volta questi organismi erano coadiuvati da personale infermieristico volontario proveniente da comitati assistenziali, quali i Cavalieri di Malta, quelli dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e i Gesuiti. Importantissimo fu anche l’aiuto dato dai Corpi Militari di Sanità Alleati, quasi esclusivamente britannici e statunitensi, centinaia dei quali operavano sul fronte italiano con compiti di ambulanzieri, barrellieri ed infermieri, fra di loro lo scrittore Ernest Hemingway, arruolatosi come volontario nell’esercito americano, ed assegnato ai servizi di ambulanza come autista. 
Con l’entrata in guerra la Croce Rossa Italiana militarizzò immediatamente il suo personale, forte di 9.500 infermieri e 1.200 dottori, con 209 apparati logistici propri tra Ospedali Territoriali, attendamenti, autoambulanze e treni ospedali. Ma già nel 1916 i medici militari in Zona di Guerra erano 8.000, più altri 6.000 che operavano in retrovia, sino ad arrivare nel 1918 ad un totale complessivo di 18.000 unità. Le Sezioni di Sanità Militare operative al fronte erano dirette da un capitano medico chirurgo, ed a loro volta si dividevano in due Reparti di Sanità comandati da un tenente medico chirurgo. I Reparti di Sanità erano composti anche da altri uno o due aspiranti ufficiali medici subalterni, da un cappellano militare e da circa una trentina di militari infermieri, portaferiti e barrellieri, divisi in squadre da dieci elementi dirette da sergenti o caporali Aiutanti di Sanità. 
Lo sgombero dei feriti dalle prime linee avveniva attraverso Reparti di Sanità Someggiati, dotati di muli o cavalli per il trasporto. Ogni battaglione e/o compagnia aveva in dotazione quattro barelle e vari “cofani” e borse di sanità contenenti garze, bende, lacci emostatici, filo per sutura, siringhe, disinfettanti, etere e cloroformio utilizzati come anestetizzanti, antiparassitari e fiale di morfina. Subito dietro alle prime linee si trovavano i Posti di Medicazione, infermerie campali sistemate in punti defilati o il più possibile al riparo dal fuoco nemico, dove venivano sommariamente fasciati e medicati i feriti che non erano riusciti da soli ad arrestare emorraggie, fasciarsi arti rotti o maciullati, o che rischiavano il dissanguamento. Dopo queste prime cure venivano trasferiti a piedi, se ne erano in grado, oppure in groppa a muli, a spalla o in autoambulanze verso gli Ospedaletti da Campo, ove il personale medico chirurgico della Sezione di Sanità operava i feriti più gravi, medicava sommariamente e mandava verso le retrovie i meno urgenti, e provvedeva a rispedire al fronte, scortati dai carabinieri, quelli considerati ancora abili. 
In seguito, tramite le Sezioni di Sanità, i feriti meno gravi e che avevano meno di 30 giorni di convalescenza, venivano smistati verso altri Ospedali da Campo sistemati su baracche o tendopoli in prossimità delle prime linee, oppure più indietro verso i vari Ospedali Divisionali, d’Armata o Territoriali della Croce Rossa Italiana. Tutto il territorio delle retrovie fu riempito da questi grandi Ospedali, alloggiati in prossimità di grandi strade o ferrovie, dentro a scuole, ad ospedali civili o a grandi ville padronali. Si trattava di una rete di complessi ospedalieri che potevano anche godere del supporto di strutture specializzate quali sezioni di disinfestazione, laboratori chimico batteriologici, campi contumaciali e stazioni radiologiche.
Allo scopo di decongestionare il più possibile le strutture ospedaliere in Zona di Guerra, i feriti vennero ricoverati anche in Navi Ospedale  o in Treni Ospedale. Questi ultimi erano convogli da 360 posti cadauno, i quali raggiungevano le stazioni avanzate del fronte per caricare i pazienti e poi ripartire verso l’interno fermandosi nei rami morti delle grandi stazioni, come Mestre, Torino, Padova, Verona. Per le navi fu invece riutilizzata la via fluviale della “Litoranea Veneta”, un grosso canale navigabile che collegava Grado a Mestre, passando parallelo alla costa e poco distante da essa. In questo modo, migliaia di feriti del Carso furono trasferiti su chiatte rimorchiate da battelli che dopo una notte di viaggio raggiungevano Mestre.
All’interno di questa complessa organizzazione fu determinante anche il ruolo delle autoambulanze, inizialmente semplici autocarri i cui cassoni venivano attrezzati con letti e casse contenenti materiale medico ed in seguito trasformate in autoambulanze chirurgiche, radiologiche e di trasporto barelle. Anche le autoambulanze, come tutte le altre strutture mobili o fisse della Croce Rossa Italiana, avevano ben in vista il logo crociato rosso su sfondo bianco, per evitare di essere bombardate dal nemico. 
Inutile dire che tutto questo sistema, ordinatissimo sulla carta, saltò puntualmente quando durante le tragiche battaglie dell’Isonzo ogni giorno scendevano verso gli Ospedaletti migliaia e migliaia di feriti, stanchi, con le ferite infette, non autosufficenti, che piangevano e urlavano di dolore. Giacevano l’uno vicino all’altro, stesi sulla paglia, e venivano portati a seconda della loro gravità in sala d’operazione, ove i medici operavano spesso senza anestesia, tagliavano braccia, gambe, secondo la ferita che si trovavano di fronte, e quelli che morivano venivano portati al cimitero su un carretto tirato da un cavallo o da un mulo. Un ultimo viaggio riservato purtroppo a molti, poiché la mortalità tra i feriti era spaventosamente alta, ed era dovuta alle poche conoscenze mediche dell’epoca, all’impossibilità di sfruttarle appieno in zona di guerra ed alla grave mancanza di igiene che spesso portava la temuta cancrena, il tetano e le emorragie.
 
grande guerra
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news pubblicata il 21 aprile 2015


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