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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

Gesta coraggiose di medici, portaferiti, barellieri ed ambulanzieri

25 aprile 2015

Come già esposto in precedenza, spesso fra le trincee opposte lo spazio era talmente limitato, da rendere impossibile per i soldati dei due schieramenti non avere dei contatti. Dopo mesi trascorsi in quelle buche nausebonde ove il tempo non passava mai, fra soldati italiani ed austriaci a volte veniva spontaneo stipulare patti di non belligeranza, piccole tregue, o accordi non scritti che permettevano loro di sopravvivere in quelle condizioni, senza scadere allo status di animali in lotta per la sopravvivenza avvezzi ad ogni tipo di barbarie. Queste manifestazioni di umanità venivano considerate dai comandanti dei reciproci eserciti come atti di debolezza, etichettati come gesta di codardia e diserzione, quindi perseguiti duramente. Quando dall’alto arrivava l’ordine di attaccare, il più delle volte senza uno scopo preciso, ma solo per tener viva la rivalità fra gli uomini, quella terra di mezzo fra le due trincee tornava a divenire luogo di aspri combattimenti, e rimanevano sul campo oltre ai morti, anche feriti dei quali si doveva provvedere al recupero. Il soccorso dei feriti rimasti sul campo poteva avvenire in due modi: nelle situazioni di estremo pericolo in cui neanche il segnale della croce rossa garantiva il riconoscimento della neutralità, il medico militare usciva da solo dalla trincea per recarsi dai feriti e prestare loro assistenza, armato solamente con una sacca contenente garze, bende, lacci emostatici, filo per sutura, siringhe,  alcool e fiale di morfina. Negli altri casi il compito toccava ai portaferiti, che raccoglievano i soldati colpiti e li trasportavano fino ai Posti di Medicazione, dove ricevevano le prime cure. Tutte le attività sopraelencate, dal prestare assistenza, al raccogliere e trasportare i feriti verso i primi avamposti medici che si trovavano nelle immediate retrovie, per quanto potessero sembrarlo, non erano affatto scontate. Spesso questi compiti venivano assolti mentre attorno continuava ad infuriare la battaglia, oppure imperversavano i bombardamenti, e medici, portantini, barellieri ed ambulanzieri rischiavano la loro vita per salvare quella del prossimo. La cronaca di quei tempi racconta frequentemente di comportamenti eroici da parte di componenti del Corpo della Sanità Militare, e molti di essi ebbero anche l’onore di essere insigniti di medaglie al valore. Fra questi anche un nostro concittadino: Dante Ghea; del quale troviamo traccia negli archivi dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, come da documenti sotto riportati. A tali documenti è allegato anche un brandello del “Gazzettino” del 7 febbraio 1916, che lo celebra in un articolo dal quale riusciamo ad estrapolare le seguenti parole: «UN PORTAFERITI UCCISO DAI BARBARI Dante Ghea, di Ponte di Piave (Treviso), non col fucile in mano fu colto dalla morte sul Carso, nel passato novembre, ma la ferocia nemica lo raggiunse, mentre era intento all'opera pietosa (e sacra per chiunque non sia un tedesco). Colpito dalla granata barbara di un barbaro nemico, ebbe stroncata la giovane vita, nè fu l'ultimo suo grido un grido di dolore, ma nell'estrema invocazione di "Patria e ....» È ovvia la sua appartenenza al Corpo di Sanità Militare poiché: “non col fucile in mano fu colto dalla morte sul Carso” ma “mentre era intento nell’opera pietosa” di prestare soccorso ai feriti. A colpirlo fu “una granata barbara di un barbaro nemico” che non ebbe rispetto per la sua uniforme contraddistinta dalla Croce Rossa, la quale sottintendeva come il suo operato fosse di salvare vite e non di sopprimerle. Nonostante ciò il suo “ultimo grido” non “fu di dolore” ma “un’estrema invocazione alla Patria”. Altra traccia che troviamo di lui negli archivi della Grande Guerra, è l’epitaffio con il quale venne inserito nell’Albo d’Oro, il quale recita così: GHEA DANTE DI GIOBATTA Soldato 5a compagnia sanità, nato il 18 dicembre 1890 a Ponte di Piave,distretto militare di Treviso, morto il 15 dicembre 1915 nell’ospedaledi guerra n. 11 per ferite riportate in combattimento.Come in una delle precedenti cronache, relativa all’affondamento del piroscafo “Principe Umberto”, abbiamo cercato di rendere omaggio ai nostri concittadini coinvolti in tale tragedia, così speriamo con questa cronaca di averlo fatto anche per Dante Ghea. È auspicio personale, e del giovane Alberto Saviane che ci fornisce preziosi punti per la redazione di queste cronache, che fra i nostri lettori qualcuno possa orgogliosamente riconoscersi come discendente di questi uomini, eroi loro malgrado di una guerra forse inutile, come lo sono gran parte delle guerre, ma assurdamente proprio per questo inevitabili. 

 grande guerra

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news pubblicata il 25 aprile 2015


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