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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

La Religione durante la Prima Guerra Mondiale

04 maggio 2015

La vita al fronte costrinse gli uomini a convivere continuamente con la presenza della morte. In qualsiasi momento del giorno e della notte, all'improvviso, un proiettile o una scheggia di granata avrebbero potuto togliere loro la vita. Proprio per questo, in previsione dell’intervento dell’Italia nella Grande Guerra, il cattolicissimo Capo di Stato Maggiore, Generale Luigi Cadorna, con una circolare del 12 Aprile 1915, ripristinò l’assistenza religiosa ai soldati con l’assegnazione di un cappellano ad ogni reggimento di fanteria, di granatieri, di bersaglieri, di artiglieria ed uno a ogni battaglione di alpini e guardie di finanza (quando vennero creati gli i reparti di arditi, anche questi ebbero il loro). Un cappellano era altresì presente negli ospedali, negli ospedaletti da campo, nelle sezioni sanità, nei treni ospedali, negli ospedali di riserva e territoriali (indicativamente un cappellano ogni 400 posti letto).
Con questa circolare il Comando Supremo intendeva favorire l’attività dei cappellani perché ritenuti in grado di infondere, mediante il richiamo alla religione e ai suoi insegnamenti, coesione morale nonché spirito di disciplina. La loro azione doveva anche essere una sorta di propaganda così da far emergere nella truppa i sentimenti più sani, quali l’onestà, la generosità, l’altruismo, il rispetto dei valori personali, l’amor patrio, il valore, l’osservanza dei doveri, l’ardimento, l’obbedienza e la rassegnazione al sacrificio. Tuttavia i soldati, che nei lunghi momenti di inattività si riscoprivano “uomini”, trovavano nel proprio cappellano un prezioso confidente, un ponte tra l’orrore della trincea e i ricordi del proprio paese, tra la violenza e la bontà di Dio. Va inoltre sottolineato che allo scoppio delle ostilità gli ecclesiastici come i seminaristi, i novizi, i chierici, i conversi, i sacerdoti che non erano parroci e i vicari, non godettero di nessuna distinzione da parte delle autorità militari, e vennero considerati come dei soldati qualsiasi ed assegnati alle unità combattenti. In oltre 22.000 passarono alla storia come i “preti soldati” o “Soldati di Dio” come qualcuno li ebbe a chiamare.
Fra i compiti umanitari dei cappellani militari vi era pure la segnalazione delle famiglie più bisognose di ufficiali e soldati, cui inviare sussidi straordinari erogati direttamente dai comandi di corpo. Per i militari che non ricevevano mai nulla da casa proponevano piccoli, ma frequenti sussidi e questa fu un’opera veramente nobile ed efficace. Un altro degli incarichi svolti dai cappellani consisteva nel facilitare la comunicazione tra l’esercito e le famiglie. Al di là della trasmissione dei dati dei militari caduti, feriti e dispersi all’Ufficio Notizie Centrale, di fatto essi aiutavano soprattutto i soldati, in particolare gli analfabeti, a tenere la corrispondenza con i propri familiari e in questo modo, seppur indirettamente divennero dei censori in grado di vigilare e controllare le notizie inviate dal fronte. Ma la guerra è la guerra e anche per i cappellani ci furono momenti tragici, come l’assistenza ai condannati a morte dai tribunali militari o dalle decimazioni imposte senza processo; trovarsi davanti soldati che piangevano e urlavano mentre il plotone di esecuzione era già schierato e pronto a fare fuoco, non era un “lavoro” imparato in seminario.
Se da un lato i cappellani trascorrevano la maggior parte del loro tempo con la truppa, cioè con uomini semplici, a volte rozzi, ma generosi e spontanei, essi erano anche ufficiali, e il loro grado li induceva all’osservanza di abitudini e orari analoghi a quelli degli altri graduati, al punto che nei momenti di estremo pericolo e bisogno non esitarono a compiere atti di abnegazione. Molti di loro durante l’infuriare della battaglia furono presenti in trincea a confortare gli agonizzanti. Altri, in sostituzione degli ufficiali morti in combattimento, condussero addirittura le truppe all’offensiva meritandosi di essere insigniti di medaglie al valore. Oppure molti altri, che si recarono nella “terra di nessuno” fra le due trincee, a recuperare i feriti e a portarli in trincea per medicarli, oppure a raccogliere le loro ultime parole e porgere loro l’estrema unzione, tutte queste operazioni particolarmente rischiose, visto che gli austriaci a volte sparavano anche contro chi indossava la divisa con la croce rossa.
Tra i cappellani militari passarono personaggi che poi ebbero grandissimo rilievo non solo nella storia della Chiesa, ma anche dell’Italia, come don Angelo Giuseppe Roncalli divenuto poi Papa Giovanni XXIII°, oppure padre Agostino Gemelli, poi fondatore dell’Università Cattolica. Ma anche fra i preti soldato vi furono dei personaggi che poi divennero punti di riferimento per la comunità cattolica, fra tutti il coscritto Giovanni Forgione, nato a Pietralcina (BN) il 25 maggio 1887, già sacerdote dell’Ordine dei Cappuccini che divenne poi il famoso Padre Pio. Ma non tutti furono così fortunati; molti morirono mentre erano impegnati in azioni umanitarie. I cappellani militari furono uomini che in situazioni estreme seppero offrire un sorriso, una parola di conforto a chi si chiedeva se quella della trincea fosse ancora vita. Pur non essendo in grado di rispondere con parole adeguate a quell’interrogativo così inquietante, seppero dare una speranza e in molti casi condividere la sorte dei soldati, convinti in cuor loro che “ogni trincea fosse un altare”.
(Fonte: “I cappellani militari nel primo conflitto mondiale” di Angelo Nataloni)

 

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news pubblicata il 04 maggio 2015


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