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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

Conseguenze della ritirata di Caporetto

18 maggio 2015

La profuganza dei civili friulani e veneti L’arretramento dall'Isonzo al Piave dal punto di vista militare fu devastante come confermano i numeri dei soldati persi, fra caduti, feriti e fatti prigionieri. A questi vanno aggiunti i soldati lasciati privi di comando e di istruzioni, oppure resisi disertori approfittando di quella ritirata disordinata e scomposta. Oltre a 14mila metri quadrati di territorio, abitati da circa un milione e mezzo di civili, furono lasciati in balia del nemico un numero imprecisato di armi pesanti. L'esercito restò con soli 700mila uomini, metà dei quali però facevano parte della Prima Armata, che non era schierata sul fronte del Piave, mentre i sopravvissuti della Seconda Armata, circa 300mila uomini, una volta riallineati furono organizzati in una Quinta Armata posizionata temporaneamente sulle retrovie. Le gravi perdite costrinsero il Comando Supremo a schierare da subito la famosa "classe del '99", cioè i ragazzi nati nel 1899 e perciò appena maggiorenni. Questi ultimi dopo un breve addestramento furono trasferiti lungo il Piave ed isolati dai reparti sopravvissuti a Caporetto: in questo modo non sarebbero stati influenzati dal disfattismo che in quei giorni regnava nelle file dell'esercito e in larga parte della società italiana. Dopo Caporetto le cose cambiarono nettamente rispetto al passato anche a livello politico, infatti il Primo Ministro Vittorio Emanuele Orlando venne convinto dai rappresentanti militari di Francia e Inghilterra a sostituire i vertici del Comando Supremo, arrivando al già citato licenziamento del generale Cadorna ed all’insediamento al suo posto del generale Armando Diaz. Questi aveva un modo completamente diverso di intendere il comando rispetto a Cadorna, e si dimostrò fin da subito un abile mediatore fra il governo di Roma e l’esercito al fronte; esortò le truppe a combattere per la Patria, la famiglia e l'onore, eliminando quel clima di terrore che si era diffuso con il suo predecessore. Diaz fu in grado di ridare fiducia ai soldati in un momento chiave, quando non si poteva più pensare all'offesa, alla riconquista di Trento o Trieste, ma  semplicemente a resistere ed evitare la sconfitta definitiva.  Ancor più tragiche furono le conseguenze della ritirata di Caporetto per la popolazione civile. Secondo calcoli del tempo a muoversi verso ovest furono poco meno di 230mila persone: 134mila dal Friuli, 31mila dalla provincia di Belluno, 45mila da quella di Treviso e poco meno di 20mila da quella di Venezia. I primi a spostarsi furono gli abitanti di Cividale del Friuli e delle zone limitrofe, quando il 25 ottobre 1917 videro i soldati gettare le armi e scappare in tutta fretta. Seguirono gli udinesi, gli abitanti del Friuli collinare (Tarcento, San Daniele e Gemona) e quelli della pianura friulana. Si trattava di una corsa contro il tempo: era necessario giungere nei pressi dei ponti sul Tagliamento prima che i soldati li facessero brillare per rallentare l'avanzata austro-germanica. Chi ci riuscì visse per oltre un anno lontano da casa propria, spesso esiliato in qualche sperduto villaggio del Meridione. Le famiglie più fortunate riuscirono a restare unite mentre altre, nella confusione, si divisero. In particolare, a smarrirsi e a rimanere soli furono i bambini e le donne, costretti a vivere nella povertà oppure a svolgere lavori umilianti. Altri invece si mossero troppo tardi e dovettero tornare indietro, scoprendo molto spesso che la propria casa era già stata saccheggiata o addirittura occupata dai soldati. A questo proposito esistono centinaia di diari, ricordi, articoli che narrano le emozioni, le sensazioni e i sentimenti provati in quei giorni drammatici e frenetici. Colpiscono le descrizioni del paesaggio, tipicamente autunnale, dove qualsiasi passo era scandito dalla pioggia incessante, dal fango che aveva invaso campi e strade, dalla confusione facilmente immaginabile. I profughi riuscirono ad ottenere il primo aiuto organizzato solamente a Pordenone, ove grazie alla Croce Rossa ad ognuno di loro fu distribuita una pagnotta e una scatoletta, poi nessuno se ne interessò più, e sia il resto del viaggio, verso una destinazione ignota ed un futuro incerto, sia il successivo anno di profuganza, furono dominati quasi sempre dalla fame. Molti friulani decisero però di scappare quando ormai era troppo tardi: le file interminabili formatesi lungo le strade principali, i posti di blocco e la confusione totale rallentarono enormemente la fuga di coloro che partirono alla fine di ottobre. Il 31 di ottobre poi, tutti i ponti sul Tagliamento vennero fatti brillare, ed a tutti coloro che erano rimasti sulla riva sinistra non venne lasciata altra alternativa che riprendere la via del ritorno, sperando che l'occupazione austro-germanica non fosse così terribile come molti la immaginavano. Altri decisero di restare poiché trovarono conforto nelle parole degli anziani che avevano già vissuto mezzo secolo prima sotto l'Austria-Ungheria, i quali dissero che allora non si stava poi male. Ma nonostante queste speranze il 1918 fu un anno veramente difficile. A parte il clero locale, quasi tutti gli amministratori sindaci, assessori, medici, maestri, e la borghesia in generale, riuscirono a fuggire, lasciando in Friuli e in Veneto la fetta più povera della popolazione. Questa fu costretta a subire le decisioni prese dai comandi militari austriaci i quali, per necessità, ordinarono di requisire qualsiasi cosa potesse tornare utile all'esercito attestato sul Piave. 

La disfatta di Caporetto certificò ancora una volta come in quegli anni fosse emersa una nuova figura all'interno della società italiana: la donna. Già prima dell'ottobre 1917 le donne avevano assunto in diversi casi il ruolo di capo-famiglia data l'assenza dei mariti o dei padri impegnati nell'esercito, e sia nel caso dello spostamento in altre regioni italiane, sia nel caso della permanenza nei territori occupati, oltre a dover affrontare problematiche difficilissime, le donne furono malamente etichettate dai connazionali nel primo caso, oppure dovettero subire tutti i tipi di violenza da parte degli invasori nel secondo. Ma questo è un capitolo molto doloroso della Grande Guerra che merita di essere approfondito, e lo sarà, con dei racconti inediti e delle testimonianze dirette che proporremo in alcuni degli episodi che seguiranno.

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news pubblicata il 18 maggio 2015


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