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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

Uno e Undici

25 maggio 2015


«Uno contro undici. Lontano dalle linee senza possibilità di soccorso, lupiciatto presso alla unità ringhiosa. Una mitragliatrice contro dieci. Quattrocento colpi contro quattromila. Guardò ancora la striscia lontana del Piave, il cielo bello, la pianura che, spaccata dalla nebbia, si stendeva monotona ed eguale giù, giù verso il mare. Una sola certezza aveva: quella di poter tornare indietro; di dileguarsi, non visto com’era venuto; di riguadagnar rapidamente la linea del Piave ed evitare ogni scontro. Di questo era sicuro… Già una mano premeva sulle manette comando del motore, già l’altra piegava l’apparecchio obbediente sulla via del ritorno… Fu allora che Cabruna apostrofò Cabruna: Vigliacco - Hai fifa.
Dio del cielo infinito, Dio nostro che ci dai venti e bufere, luce e sole, Dio grande che hai conosciuto tutti gli ardimenti, Dio potente che puoi con un soffio troncar l’ala e con un gesto arrestare il rombo possente del suo cuore; che puoi ghermirci nei cieli così come il falco la sua preda, con gli artigli tenaci ed il rostro che stronca, Dio nostro tu soltanto potresti dire - poi che tu soltanto ne fosti testimone - quello che fu il vero combattimento che nel mattino del 29 marzo 1918 si compì, tra Piave e Livenza, nel cielo di Ponte di Piave: Cabruna contro Cabruna…»
Con queste parole Ugo Fischetti raccontò l’impresa di Ernesto Cabruna in un opuscolo della serie “I racconti dell’Aquila d’Oro” intitolato: “Uno e undici” ed illustrato da Umberto Di Lazzaro. Le parole dell’autore, seppur intrise di retorica propagandistica tipica di quel periodo, vogliono far rivivere al lettore il travaglio interiore dal quale venne colto il "nostro eroe”: defilarsi, come avrebbe imposto non solo il buon senso ma anche la più basilare delle regole di ingaggio militari, in quanto, da “uno contro undici” avrebbe potuto solamente mettere in pericolo la sua vita e l’aereo che gli era stato affidato, oppure rischiarli entrambi con sprezzo del pericolo contando solo sulla fortuna e sulla propria abilità di pilota?? Eppure quando la logica e l’istinto di sopravvivenza sembrarono indurre l’uomo ad ovviare per la prima soluzione, ecco farsi spazio il suo ego, l’incoscienza del predestinato, il quale sapeva d’esser nato con un credito verso il destino che sarebbe stato da codardi non sfruttare appieno, perché fermare quel bombardiere scortato da dieci caccia nemici significava impedire l’ennesima distruzione, salvare molte vite fra quelle dei suoi colleghi e della popolazione civile, ma soprattutto significava non dover condividere il futuro con il rimpianto di non aver fatto quanto nelle sue possibilità per impedirlo.
Il racconto di questo episodio si trova anche nel libro di Monsignor Costante Chimenton attraverso il quale cerchiamo di fare una ricostruzione più dettagliata di quanto avvenne sopra ai cieli di Ponte di Piave quel lontano 29 marzo 1918: Ernesto Cabruna, alla guida del suo velivolo era in servizio di pattuglia da Ponte di Piave al mare durante il quale si spinse al di là del Piave, e mentre stava pericolosamente sorvolando l’area che andava dalle linee nemiche al Livenza, all’improvviso vide a levante quelli che lui chiamò degli “strani bagliori rossi”, i quali altri non erano se non i riverberi provocati dalle ali rosse della squadriglia Brumovoski. Per vedere che si trattava di un bombardiere scortato da dieci caccia, dovette spingersi in alto nello spazio aereo nemico, ma pur constatando quanto impari fosse lotta non esitò a calarsi su di loro ed a portare lo scompiglio in tutto il pattuglione sfruttando l’effetto sorpresa. Anche quando fu circondato dagli avversari, pur sentendosi perduto, non abbandonò l’impresa e avventò l’ultima raffica su un incauto nemico che non poté sfuggire al suo assalto e fini abbattuto.
Dopo quest’ultima raffica, già quasi vicino a terra, Cabruna richiamò l’apparecchio facendolo salire ancora in alto per essere in condizioni più favorevoli per sostenere l’assalto che gli altri apparecchi gli avrebbero mosso. Lo Spad di Ernesto Cabruna aveva le ali ormai lacerate e i timoni sforacchiati, quando uno dei cavi d’acciaio a sostegno dell’ala fu stroncato da una pallottola e divenne solamente un peso inerte e pericoloso. La sua sorte sembrò irrimediabilmente compromessa, ma nonostante ciò gli aviatori nemici non si sentirono l’animo di affrontare un nuovo duello con il valoroso pilota italiano, che pure in condizioni disagiate, si stava mostrando deciso alla morte in combattimento pur di compromettere la loro missione, perciò piegarono i comandi alla via del ritorno e rientrarono alla base, ove avrebbero avuto non poche difficoltà a spiegare come il fallimento della loro spedizione fosse stato decretato da un solo aereo avversario, seppur guidato da un cavaliere del cielo la cui abilità era destinata a rimanere nella storia.
Mentre si sta celebrando il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915), ci è sembrato giusto ricordare tale avvenimento dedicando due puntate della nostra rubrica al Carabiniere-Aviatore Ernesto Cabruna, impavido pilota le cui gesta sono oggi sconosciute ai più, combattè la sua battaglia più famosa non sopra i cieli di Conegliano come ancora molte cronache del tempo si ostinano a riportare, bensì sopra i cieli di Ponte di Piave. È in parte grazie a quella battaglia che nel 1924 gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare, oggi conservata presso il Museo D’Annunzio Eroe al Vittoriale. È grazie alla cittadinanza onoraria di Ponte di Piave, conferitagli nel 1926, che oggi possiamo ricordare degnamente le sue eroiche gesta, unitamente a quelle compiute da tutti gli altri concittadini nostri ascendenti.
 

grande guerragrande guerra
 



news pubblicata il 25 maggio 2015


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