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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

I campi di prigionia

01 giugno 2015

I campi di prigionia divennero durante la prima guerra mondiale una dura realtà per centinaia di migliaia di soldati appartenenti alle diverse nazionalità dei partecipanti al conflitto. Nel caso specifico, anche l’Italia era costellata da questi campi che avevano l’obiettivo di portare lontano dal fronte i soldati nemici prigionieri, anche al fine di impedire possibili fughe. Spesso le condizioni di vita erano durissime, l’alimentazione scarsa e le condizioni igieniche assai precarie, ma ben poche sono le tracce che troviamo di queste realtà: le fotografie “ufficiali” ci consegnano una immagine in cui la vita scorre felice, i baraccamenti sono puliti, il rancio abbondante, mentre la realtà spesso era diversa, addirittura tragica, come nel caso dell’Asinara dove vennero condotti migliaia di prigionieri dell’esercito austro-ungarico che furono vittime di un epidemia di colera. Questa la testimonianza scritta lasciata da uno di loro: «Gli uomini che alla sera vanno a dormire sani, al mattino si svegliano ammalati…I Cadaveri vengono riuniti in pile e vengono gettati in una fossa. Nessuno di occupa di annotare i nomi dei morti…Alla rassegnazione muta dei sani, si univano i lamenti degli ammalati e degli agonizzanti.»

Per saperne qualcosa in più andiamo ad attingere alcune testimonianze dirette dal blog di Camillo Pavan, e precisamente alcuni stralci dell’intervista a lui rilasciata da Marco Girotto, nato nel 1912 a Cappella di Scorzè ove si trovava uno di questi campi: «Mi ricordo degli austriaci e tedeschi che passavano proprio di qua, per la nostra strada principale da Mogliano a Scorzè, dopo Caporetto. Io avevo sei anni. Prigionieri tedeschi e austriaci che passavano di qua e andavano sul campo di concentramento, qua dietro la villa che c'è di là della strada dove abito adesso. All'epoca, dietro questa villa c'era un campo di terra, normalmente coltivato. Su quel campo là i tedeschi sono andati prigionieri. Mi ricordo che venivano giù questi prigionieri, portandosi ciascuno dei fasci di canne di granoturco per dormire di notte, per dormire sulla terra nuda ... e mentre venivano avanti si portavano sulle spalle questi fagotti di canne.»

Prosegue nei suoi ricordi Marco Girotto: «Mi ricordo che portavo a questi austriaci - c'era un muro (a mura) dietro la chiesa - e allora scavalcavo un po' il muro, mi arrampicavo e buttavo loro qualche pannocchia di granoturco per mangiare. Perché questi tedeschi, o austriaci, in questo campo di concentramento erano pieni di fame e allora mi chiedevano se avevo qualcosa. […… ] Sono rimasti qua due tre mesi, anche di più ... perché dentro vi hanno fatto anche i bagni e tutto, con il cemento armato e quindi possono essere stati qua un anno e anche di più. [….] Il campo di concentramento era un campo normale, un campo trevigiano, circa 5000 metri e in questo campo potevano starci un migliaio di persone. Ah sì, un migliaio, stretti... Poi hanno fatto delle baracche… […… ] Dopo la guerra i tedeschi sono venuti a riprendersi i loro prigionieri morti, che erano stati sepolti nel cimitero di Cappella. Sono venuti loro, li hanno esumati e li hanno portati a casa. Saranno stati 7-8 prigionieri morti. Mi sembra che siano venuti a prenderli con dei camion. La gente del posto guardava, curiosa. Non ricordo altri particolari. Il cimitero era (ed è) a circa cinquecento metri dalla chiesa.»

Ma per l’Italia il problema della gestione dei prigionieri di guerra si era palesato già durante la prima metà del conflitto, infatti l’interminabile fiume di prigionieri Austriaci, Ungheresi, Rumeni e Cechi che incessantemente si riversava dalle linee del fronte verso gli improvvisati campi di concentra-mento posti nelle immediate retrovie, iniziava a costituire un’assillante problema per gli organi del Comando Supremo dell’esercito. Le stime dell’epoca parlavano di una popolazione carceraria di 168.898 unità a cui si dovevano aggiungere oltre 5000 disertori. Così verso la metà del 1916 questo imprevisto afflusso di nemici costava alle Autorità italiane un utilizzo forzato di uomini e mezzi che avrebbero invece potuto essere impiegati per tentare di risollevare le sorti di una guerra allora ancora incerta. Inoltre le dure condizioni carcerarie e il forte soprannumero facevano scoppiare spesso numerosi disordini tra i prigionieri delle diverse nazionalità, ormai senza più regolamenti. Così, a causa dell’ammontare della tensione all’interno dei reclusori militari, fu necessaria la scelta del Comando Supremo di convogliare questo gravoso carico umano lungo gli 83 campi di prigionia che vennero impiantati su tutto il territorio nazionale a partire dal 1917.

Durante la prima fase del conflitto su precisa indicazione del Ministero dell’Interno i prigionieri non potevano essere assolutamente utilizzati per alcun tipo di lavoro manuale all’esterno dei campi di prigionia per paura che la loro immissione sul mercato del lavoro potesse provocare qualche tensione sociale con la manodopera locale. Tuttavia questa disposizione non fu mantenuta a lungo e ben presto, sotto la spinta del Ministro della Guerra Zuppelli e quello dell’Agricoltura ed Industria Cavasola, fu adottata la disposizione prevista dal Regolamento Internazionale dell’Aja che ammetteva l’impiego di prigionieri di guerra in lavori esterni. La conclusione della guerra determinata dall’offensiva finale fra fine ottobre ed inizio novembre 1918, oltre a sancire la cacciata completa degli austriaci dal territorio italiano, procurò altri 300.000 prigionieri che aggiunti ai 400.000 catturati durante la battaglia del solstizio rese assai difficili le operazioni di smistamento di questa immensa mole di uomini.

 

GRANDE GUERRA



news pubblicata il 01 giugno 2015


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