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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

I campi di prigionia

08 giugno 2015

Si calcola che alla fine del 1917 circa 600.000 soldati italiani si trovassero chiusi in campi di prigionia austriaci e tedeschi, soffrendo la fame e il freddo, infatti la loro razione giornaliera di cibo era una tazza di caffè d’orzo, acqua calda con rape e una patata.  Nei vari campi erano impegnati in lavori pesanti e vi si aggiravano come spettri. Uno di questi campi di concentramento e di prigionia, che accoglieva 120.000 prigionieri, era quello di Mauthausen, una località destinata a diventare tristemente famosa anche durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma altrettanto difficile fu la vita dei prigionieri italiani reclusi in altri campi, come nel caso di Celle, infatti tra il 1917 e il 1918 vi furono abbandonati migliaia di italiani, colpevoli solamente di essersi fatti catturare dal nemico durante e dopo la disfatta di Caporetto, e quindi marchiati dal sospetto di essere dei disertori. Per loro era proibito ricevere notizie e generi di sostentamento dai familiari in patria, si trovarono quindi senza alcun aiuto alimentare e disprezzati dal loro stesso paese.
Il trattamento dei prigionieri di guerra fu una delle questioni principali sorte durante la Prima Guerra Mondiale, poiché in teoria i loro diritti dovevano essere garantiti dalla Seconda Convenzione dell'Aja, un accordo entrato in vigore poco prima del 1914 e firmato da 44 Stati. Nella pratica però quanto stabilito in questo documento venne pesantemente disatteso, basti pensare che secondo quanto stabilito dalla convenzione i prigionieri avrebbero dovuto ricevere la stessa razione di cibo di quella destinata ai soldati dell'esercito che li aveva catturati, ma le contingenze che si vennero a creare non poterono garantire questo diritto: col passare del tempo le risorse diminuivano mentre i prigionieri aumentavano sempre più, pertanto la qualità e la quantità del loro nutrimento divennero sempre più scarse e scadenti. Inoltre la mancanza di qualsiasi fonte di riscaldamento nelle baracche ove erano ospitati, nonché la mancanza di vestiti pesanti, resero insopportabile il freddo pungente dell’inverno.
Dei 600.000 italiani catturati tra il 1915 ed il 1918, pressoché la metà fu catturata durante la Battaglia di Caporetto e la maggior parte dei quali venne portata a Mauthausen, ma anche a Theresienstadt (Boemia), a Rastatt (Germania meridionale) ed a Celle (vicino Hannover). È pur vero che non tutti i prigionieri furono frutto di azioni militari del nemico, molti in realtà si "lasciarono" catturare, alcuni addirittura presentandosi nei pressi delle postazioni nemiche. Anche se questo contribuì a farli sembrare dei disertori, nella realtà la loro fu solamente una scelta disperata, dettata dalla speranza di trovare nei campi di prigionia delle condizioni migliori rispetto a quelle in trincea. Invece anche la detenzione si rivelò un'esperienza altrettanto terribile, basti pensare che 100.000 italiani catturati dagli austro-ungarici e dai tedeschi non fecero più ritorno dalle loro famiglie. Gli stenti, la fame, il freddo e le malattie (prima fra tutte la tubercolosi) furono le principali cause di questo grande numero di decessi.
Nei campi di concentramento la detenzione era dettata da una rigida osservanza delle regole, ed anche la disposizione degli edifici si rifaceva a dei canoni prestabiliti. Ogni campo aveva al centro una costruzione ampia che conteneva i servizi comuni, attorno alla quale si diramavano lunghe file di baracche in legno che potevano contenere dalle 100 alle 250 persone. I prigionieri erano divisi per nazionalità e grado, infatti ufficiali e soldati vivevano in baracche separate. La disciplina e l'amministrazione del campo era gestita dagli stessi ufficiali prigionieri, che si servivano dei graduati per mantenere l'ordine; addirittura gli ufficiali ricevevano uno stipendio mensile identico al pari grado avversario, che permetteva loro in caso di necessità di acquistare cibo nelle botteghe dei paesi limitrofi. Nonostante le privazioni e le difficoltà materiali che scaturirono dal prolungarsi del conflitto, la condizione degli ufficiali non fu in alcun modo comparabile a quella dei soldati semplici.
I campi dei soldati non furono forniti di nessuna delle comodità offerte agli ufficiali e con l’aumento del numero dei prigionieri le condizioni andarono via via deteriorandosi. I prigionieri erano stipati in enormi stanzoni senza riscaldamento, con pagliericci infestati da pidocchi; dovevano obbligatoriamente lavorare all'esterno, impegnati in agricoltura o nelle fabbriche per 12 - 14 ore giornaliere. Le mancanze più lievi erano punite duramente, anche se non di rado coloro che si dimostrarono maggiormente crudeli nello sfruttamento dei soldati furono i connazionali delegati alla vigilanza dei compatrioti, perché grazie a questa attività ricevevano un trattamento di favore in cibo e vestiario. Per lenire la fame i prigionieri ingerivano grandi quantità di acqua, ingoiavano erba, terra, pezzetti di legno e carta, anche sassi. Le conseguenze erano morte per dissenteria acuta, o per polmonite quando in inverno si gettavano dentro ai canali di scolo per raccattare la spazzatura delle cucine del campo. Spesso i morti non venivano denunciati subito per poter fruire della loro razione di rancio, i compagni li tenevano nascosti sotto i pagliericci fino a che il processo di decomposizione non prendeva insopportabile la loro presenza.
Il 31 ottobre 1918, a seguito dello sfondamento del fronte da parte dell'esercito italiano a Vittorio Veneto, la sorveglianza austriaca nei campi di concentramento venne quasi a cessare. I soldati di sorveglianza buttarono il fucile e si incamminarono per tornare a casa, e anche se una delle clausole del trattato d'armistizio tra Italia e Austria indicava un rientro scaglionato degli ex prigionieri, non fu così. L'Austria aprì quel giorno stesso tutti i cancelli dei campi di concentramento sparsi sul suo territorio, mentre in Ungheria ciò era avvenuto il giorno prima. Per conseguenza si ebbe che la maggior parte dei prigionieri arrivò alla frontiera dopo un allucinante viaggio a piedi attraverso regioni sconvolte dalla guerra, dove tutto era stato distrutto o razziato e dove la stessa popolazione moriva di fame.

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news pubblicata il 08 giugno 2015


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