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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

I campi di prigionia

16 giugno 2015

A guerra finita il rientro degli ex prigionieri italiani detenuti in Germania avvenne in maniera diversa da quelli detenuti in Austria. I campi di concentramento non furono immediatamente abbandonati dalle guardie tedesche, permettendo così al governo italiano di organizzare il rientro in treno degli ex prigionieri, anche se questo avvenne con colpevole ritardo, perché i primi rientri iniziarono solo verso la metà del dicembre 1918. Ma per questi uomini purtroppo le sofferenze non erano ancora finite, infatti il governo aveva contezza del risentimento che essi nutrivano per essere stati abbandonati al loro destino, ma doveva difendere la versione “ufficiale” della rotta di Caporetto che il Comando Supremo dell’Esercito aveva fornito all’opinione pubblica, e cioè che si era trattato di una diserzione di massa durante la quale i soldati si erano consegnati prigionieri al nemico senza combattere.
Il generale Armando Diaz era talmente preoccupato che la popolazione italiana venisse in contatto con i prigionieri malati o feriti resi dall’Austria e dalla Germania, che già un anno prima della fine del conflitto arrivò a proporre per loro l'invio diretto nelle colonie della Libia. Fortunatamente ciò era vietato da una norma internazionale, ma l’idea di tenerli ancora segregati non venne accantonata, infatti il generale Badoglio creò dei campi di “isolamento” con una capacità ricettiva di 20.000 uomini cadauno in tutta la penisola nei quali a fine dicembre 1918 risultavano essere ancora “in custodia” quasi 500.000 ex prigionieri.
Le autorità militari, intenzionate a sostenere la versione ufficiale secondo la quale erano quasi tutti passibili di condanna per diserzione, iniziarono a sottoporli ad estenuanti interrogatori, ma la pressione popolare e quella delle opposizioni si faceva sempre più intensa, al punto che per parare il colpo e sviare le accuse, il governo diede vita alla Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico, ovvero sul trattamento subito dai prigionieri italiani nei campi degli Imperi Centrali, tentando di far ricadere interamente sul nemico la tremenda colpa di aver lasciar morire di fame e di stenti almeno 100.000 dei 600.000 soldati catturati e transitati presso i campi di prigionia nemici.
Nel frattempo, a causa delle lungaggini burocratiche causate dai 160.000 processi in corso per diserzione, nei campi di isolamento italiani la protesta continuava a montare, e per placarla il 21 febbraio 1919 ci fu un primo, seppur parziale, decreto di amnistia per i reduci reclusi nei campi. Occorsero però ancora mesi ed un nuovo governo, perché finalmente il 2 settembre 1919 si arrivasse ad una vera amnistia di massa, che permise di liberare i soldati ancora detenuti e cancellare i processi ancora in corso nei loro confronti. In seguito venne finalmente resa pubblica l'opera della Commissione d'inchiesta sui fatti di Caporetto, che scagionò l'insieme delle truppe dall'accusa con la quale erano stati marchiati, e cioè quella di aver volontariamente abbandonato le armi per consegnarsi al nemico.
Alla fine il desiderio della pace, di una esistenza regolare, la necessità di lavorare, prevalsero sui propositi di vendetta da una parte e di rivolta dall’altra, anche se molti ex internati rimasero profondamente segnati da quegli infausti avvenimenti e portarono sino alla morte nelle loro anime una profonda cicatrice che mai si rimarginò completamente. Il ricordo di quei giorni, delle torture subite, dei patimenti provati, degli amici morti continuò a tormentarli per sempre, al punto che quanto accaduto in quel periodo, fu talmente lesivo della loro dignità che molti preferirono relegarlo in un angolo della mente. Essi ancora non sapevano che a distanza di poco più di vent’anni altri uomini avrebbero vissuto in modo ancor più atroce la loro stessa esperienza, addirittura negli stessi identici luoghi riadattati per l’esigenza di un finale ancor più lugubre…. Uno di questi luoghi, il cui nome, assieme a quello di molti altri, rimarrà per sempre nella storia come evocativo della barbarie umana è Mauthausen.
«… Per mancanze e reati piu’ gravi vi è la prigione, dove sono rinchiusi quelli, per cui le punizioni disciplinari sono provvedimenti lievi, per i veri delinquenti c’è il trasferimento al tribunale di Linz. La prigione è una baracchetta isolata con delle cellette di due metri per tre, a volte arrivano ad ospitare anche 5 o 6 persone. La segregazione è inasprita dal digiuno di 2 giorni,il vitto poi sara’ di pane ed acqua. Per 2, 4 o 6 ore al giorno verranno adoperati i ferri, o meglio gli anelli che si attaccano ai piedi ed ai polsi in modo da impedire al torturato di muoversi. [……] Un secchio per i bisogni corporali è vuotato una volta al giorno dal piantone, non e’ permesso lavarsi. Lo starvi è un vero martirio: in inverno vi si gela ed in estate vi si soffoca. [……]La punizione, però che più di tutte ha scosso e scuote, ha lasciato e lascia una triste, incancellabile impressione, è quella del palo. [……] Consiste in questo: il punito viene legato con fune (per due,tre, quattro ore, a seconda del caso) ad un palo per le caviglie ed i polsi. Le mani sono all’indietro ed al di sopra; i piedi, incrociati al disotto e sollevati dal suolo, in modo che il corpo pendente sporge in avanti formando un semicerchio. Nei primi tempi si adoperavano i pali che sostengono i fili della luce elettrica, poi fu impiantato un palo appositamente e la piazza in cui sorse fu chiamata e si chiama ancora  “piazza del palo”. Una sentinella aguzzino sta vicino e sovente gode del martirio ed insulta alle lagrime del martirizzato, (che invoca disperatamente la liberazione o la morte) e gli butta in faccia dell’acqua che tiene in un secchio , ogni volta che lo vede svenire!.. [……] Vorrei che fosse qui chi ingenuamente ha prestato fede alle relazioni delle “Commissioni” inviate per osservare, e che invece riferirono quel che non videro, quel che non sentirono! [……]Ma non visitò la Commissione le cucine del 2° Gruppo ove suole bollire acqua colorata con fette di rape fradice, non visitò la Camera mortuaria piena di cadaveri, non visitò gli ambulatori zeppi di chiedenti visita, non visitò gli ospedali colmi di tisici... e preferì di recarsi alla sera a godere un attraente spettacolo teatrale! [……]  La caccia ai topi ha fruttato stanotte molti esemplari di varie età e grandezza; quattro trappole piene! Un gruppo di affamati Ie prende e, dopo di avere ammazzato, con l’acqua bollente, i noiosi roditori, se Ii divide equamente e fraternamente. E, dopo pochi minuti, pelati e puliti, i ributtanti animalucci bollono nelle gavette, pronti a passare negli stomaci vuoti. Nessuna meraviglia. Con Ia fame non si scherza e Ia razione del rancio appena bagna e riempie Ia sola bocca. Quale via da seguire? Mangiare di tutto. Del resto, un piatto di topi, non è tanto da disprezzare, se si considera che vi é chi non esita a raccogliere nelle latrine, le bricciole di pane fradicio od ammuffito che il comitato di assistenza e beneficenza vi fa buttare! A Vienna, secondo la raccapricciante notizia riportata il 22 corrente da un giornale croato, socialista, due prigionieri sono stati uccisi da affamati, e divorati!..». (Tratto da Mauthausen 1918 di Gian Paolo Bertelli)

grande guerra

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news pubblicata il 16 giugno 2015


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