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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

Le veritŕ nascoste dal Governo e dagli alti Comandi dell'Esercito

19 giugno 2015


Su Caporetto e la dodicesima battaglia dell’Isonzo sono stati scritti numerosi libri, molti di questi sono opera dei protagonisti e reponsabili della disfatta, e tendono per la maggior parte a far passare la tesi che ci fu da parte delle truppe italiane la volontà di finire la guerra anche arrendendosi senza combattere al nemico. Quello che e’ stato ignorato dalla storiografia ufficiale fino agli anni ‘60, e’ la persecuzione ed il tentato sterminio di massa perpetrato coscientemente da buona parte dello stato maggiore italiano, che in tal modo voleva coprire non solo la disfatta di Caporetto, ma anche una condotta di guerra che era costata il sacrificio di centinaia di migliaia di italiani senza che vi fossero stati risultati apprezzabili in termini di conquiste territoriali.

La giustizia sommaria nell'esercito italiano fu molto più cruenta che negli eserciti alleati. 729 delle 4.028 sentenze capitali comminate dalle corti marziali italiane durante la guerra furono eseguite, mentre il numero di esecuzioni sommarie è stimato nell'ordine delle migliaia. A questo proposito va ricordato che dietro le trincee italiane vi erano plotoni di carabinieri con il compito di sparare alle spalle dei soldati che si rifiutavano di uscire per andare all’assalto. L'alto numero di esecuzioni tra le fila italiane fu da attribuire in primo luogo alle severissime direttive diramate dal Capo di Stato Maggiore generale Luigi Cadorna, mentre l’alto tasso di mortalità dei prigionieri italiani, ben nove volte superiore a quello dei prigionieri austroungarici in Italia, fu da attribuire in primo luogo alla decisione del governo italiano di non inviare loro cibarie e altri generi di prima necessità.

Temendo diserzioni di massa, il governo italiano trattò i prigionieri di guerra italiani negli Imperi Centrali come traditori e codardi. Alla Croce Rossa fu consentito di inviare pacchi con generi di prima necessità solamente agli ufficiali. Gli altri prigionieri, ovvero la stragrande maggioranza, dovettero fare affidamento sui pacchi che ricevevano dalle rispettive famiglie. Tuttavia questo sostegno si rivelò del tutto insufficiente, poiché a causa della povertà che imperversava sul fronte interno italiano, pochi pacchi furono spediti e ancor meno raggiunsero i loro destinatari. I soldati italiani dopo alcuni mesi di prigionia erano ridotti a scheletri viventi, ma questo non impedì agli austriaci di destinare molti di loro ai lavori forzati, ove a causa della malnutrizione, morirono a migliaia letteralmente distrutti dalla fatica.

Milovice è una città della Repubblica Ceca facente parte del distretto di Nymburk, nella regione della Boemia centrale. Non lontano dalla città si trovava una ex caserma con annesso poligono di tiro, che durante la prima guerra mondiale venne trasformata dagli austroungarici in un campo di prigionia. Costruito per ospitare 20.000 uomini, al culmine della guerra arrivò ad ospitarne sino al doppio, molti dei quali, in maggioranza italiani, morirono per epidemie di tifo, per la fame o per il freddo. Nel cimitero sorto vicino al campo vennero sepolti 5.170 soldati italiani, 521 russi e 51 serbi, anche se fonti giornalistiche dell’epoca riportano in 17.000 il numero reale dei morti italiani in quel campo. La zona venne riaperta ai civili solamente dopo la caduta del muro di Berlino, e fu quindi possibile da parte italiana provvedere al recupero dell’area cimiteriale e ad erigere un monumento ai caduti.

Durante la Grande Guerra i prigionieri del campo di Milovice alloggiavano in baracche ed edifici in legno rivestiti di carta catramata, ed in ogni baracca di circa 400 m² alloggiavano 250/300 uomini. Con l’andare del tempo e l’acuirsi del conflitto sorse il problema dell’insufficienza del cibo a disposizione e cominciarono le sofferenze, soprattutto per gli internati italiani, il cui governo, a differenza di quelli degli altri reclusi, non spediva loro alcun tipo di genere alimentare supplementare, costringendoli a sopravvivere con le inconsistenti razioni distribuite dalle cucine dell'esercito nemico. I pochissimi pacchi alimentari spediti dalle famiglie dei prigionieri italiani si perdevano per strada, o arrivavano talmente in ritardo che il loro contenuto era già avariato. I soldati si ammalavano di freddo e di stenti ed alcune baracche vennero trasformate in specie di lazzaretti o reparti di isolamento per i casi di infezione. Le diagnosi prevalenti erano polmonite, meningite, deficit cardiaco, edema polmonare, tbc, spagnola e colera; la mortalità era di 30 e più prigionieri al giorno, così mentre i primi furono seppelliti nel cimitero del paese, i successivi vennero seppelliti nel cimitero di guerra dove la maggior parte fini in fosse comuni e senza bara. I medici raccontano che, soprattutto dopo Caporetto, gli italiani morivano come le mosche per denutrizione. Dalle autopsie praticate trovarono che tutto il grasso era scomparso dalle fibre muscolari e dal corpo, ed il cuore era rattrappito come un pezzo di cuoio.

Scorrendo l’elenco dei Caduti, non si può fare a meno di notare come la diagnosi di morte per la grande maggioranza fu attribuita ad "edema". In realtà si trattava di una parola ambigua per nascondere quella che fu la maggior causa di morte, e cioè “l'inedia”. L’inedia è la forma più grave di malnutrizione. Può derivare dal digiuno, dalla carestia, dall'anoressia nervosa,  da gravissime patologie del tratto gastrointestinale, dall'ictus o dal coma. La risposta del metabolismo basale all'inedia cerca inizialmente di preservare le fonti energetiche e i tessuti corporei. Comunque, alla fine, l'organismo utilizza i suoi tessuti come fonte di energia, determinando oltre alla distruzione degli organi viscerali e dei muscoli anche l'estrema riduzione del tessuto adiposo. L'inedia totale è fatale in 8-12 settimane.

Fin qui la terribile storia di quei giorni lontani, le cui responsabilità alla luce dei fatti emersi solo dopo la fine della prima guerra mondiale, sono da condividere fra i carnefici appartenenti all’esercito austroungarico, e fra i vertici governativi e militari italiani che nulla fecero per impedire quello scempio, anzi con le loro decisioni cervellotiche finirono col propiziarlo. La storia attuale ci racconta invece di un recupero dell’area cimiteriale, attuato soprattutto grazie alla Cancelleria Consolare dell’Ambasciata Italiana a Praga, che dopo aver fatto ripulire e recintare l’area fece deporre sulle tombe croci di marmo di Carrara. Negli anni, vicino al cimitero è stato costruito anche un piccolo museo con i cimeli della Grande Guerra, ed ogni anno a novembre, promossa sempre dall’Ambasciata Italiana, si svolge la cerimonia di ricordo che ha momenti davvero suggestivi, in particolare quando la banda dell’Esercito ceco intorno alle note del Piave e dell’inno di Mameli.

Fra quelle croci ve ne sono due attribuibili a cittadini di Ponte Di Piave, deceduti durante la prigionia nel campo di Milovice, e la cui causa di morte venne sommariamente attribuita ad “edema”, anche se la storia ormai ci ha insegnato che dietro quella parola si nasconde una fine terribile dovuta alla fame, al freddo ed agli stenti. Quella che si compì a Milovice, come in altri campi di prigionia degli imperi centrali, fu una vera e propria strage, colpevolmente e volontariamente assecondata dal governo e dal Comando Supremo dell'Esercito Italiano . Compito di questa rubrica è anche di celebrare il ricordo, e riabilitare pienamente la memoria di questi nostri due concittadini, le cui resta furono purtroppo sepolte in una fossa comune.

ALBO D’ORO CADUTI PRIMA GUERRA MONDIALE

Buso Giuseppe di Antonio, Bauer (contadino),  Ital. Inf. Reg. No 230, Bainsizza, 25.10.1917, 1892, Negrisia, Treviso, it. 31.3.1918, Kgfsp. Milovice, Oedem (edema) Militarfriedhof Milovice Massengrab (fossa comune)  110/23

(Buso Giuseppe di Antonio, Soldato 230° reggimento fanteria, nato il 7 ottobre 1892 a Ponte di Piave, distretto militare di Treviso, morto il 31 marzo 1918 in prigionia per malattia.)

Zago Antonio Francesco, Bauer (contadino), Ital. Alp. Reg. No 1, Caporetto, 26.10.1917, 1881, Ponte di Piave, Treviso, It. 13.4.1918, Kgfsp. Milovice, Oedem (edema), Militarfriedhof Milovice, Massengrab (fossa comune) 123/31

(Zago Antonio di Giovanni, Soldato 71° reggimento fanteria, nato il 22 aprile 1889 a Ponte di Piave, distretto militare di Treviso, disperso il 31 ottobre 1917 in combattimento durante il ripiegamento al Piave.)

grande guerra

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news pubblicata il 19 giugno 2015


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