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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

L'inizio di un atto sotto la dominazione austriaca

30 giugno 2015

Grazie al diario di guerra tenuto da Don Lanzarini, arciprete di Negrisia, ed alla fedele trascrizione che ne fa Monsignor Chimenton nei suoi libri, possiamo ricostruire quello che accadde nel periodo immediatamente successivo alla disfatta di Caporetto anche a Negrisia, che oltre ad essere la frazione più popolosa di Ponte di Piave era anche quella maggiormente coinvolta, poiché il suo territorio era, ed è, prospiciente al Piave. In quei giorni per le strade del paese passavano colonne di soldati italiani senz’armi ed in gran parte privi di tutto. Nei loro volti si potevano leggere diversi stati d’animo: i più erano seri, altri indifferenti, altri demoralizzati ed affamati, alcuni contenti perché sognavano la fine della guerra, ma molti erano anche quelli arrabbiati per la sconfitta subita, della quale non sapevano darsi una spiegazione e desideravano la possibilità di avere una rivincita quanto prima. La loro marcia era diretta a Ponte di Piave da dove avrebbero raggiunto la Callalta sulla sponda destra del fiume. Diversi di loro si soffermarono per le case, al fine di trovare un po’ di conforto in quell’ambiente familiare che avevano lasciato e non vedevano l’ora di riassaporare, nello stesso tempo però non mancarono coloro che approfittando della situazione si eclissarono nelle campagne cercando nascondigli ove non esser più rintracciati.
Dal 1 novembre la canonica di Negrisia ospitò ufficiali di cavalleria dell’Esercito Italiano, i quali assicurarono la popolazione, fortemente preoccupata dagli eventi, che l’avanzata del nemico sarebbe stata arrestata al Tagliamento. Non è dato di sapere se si ingannarono oppure se scientemente mentirono per non allarmare l’arciprete ed i suoi fedeli. Di certo c’è che il 2 novembre fu loro imposto di partire immediatamente alla volta del Tagliamento per rallentare l’avanzata del nemico, lasciando gli abitanti di Negrisia in uno stato di grande amarezza e trepidazione. La conferma delle loro preoccupazioni si manifestò il giorno 4 novembre, quando i Carabinieri inviati dal Comando Supremo, si presentarono a Don Lanzarini imponendogli di partire immediatamente prima che fosse fatto saltare il ponte sul Piave. Nonostante le suppliche della sorella Teresina in Pagan, il cui marito era combattente nelle fila dell’Esercito, l’arciprete non si lasciò convincere, e disse che avrebbe obbedito a un simile ordine solo quando lo stesso fosse stato imposto anche ai suoi parrocchiani, la maggior parte dei quali erano rinchiusi nelle loro case con la speranza di riuscire a salvare le povere sostanze che detenevano. Nonostante le pubbliche autorità si fossero già allontanate da Negrisia, Don Lanzarini senti l’obbligo di rimanere fra la sua gente che guardava alla sua figura come fonte di appoggio e conforto.
Il 7 novembre ufficiali e soldati del genio militare picchettarono tutta la zona di Negrisia piazzando delle bandiere bianche; queste avrebbero dovuto in seguito fungere da segnalazioni per regolare il tiro delle artiglierie preposte ad arrestare l’avanzata del nemico. Nell’animo della popolazione non vi era ancora la percezione che la stoica resistenza dei soldati italiani sul Piave sarebbe riuscita a bloccare il procedere dell’esercito austroungarico. A suffragare questo loro scetticismo era sopraggiunto il bando Cadorna, che imponeva il reclutamento di tutti gli uomini dai 16 ai 60 anni, i quali si diceva avrebbero dovuto essere inviati ad ultimare le fortificazioni oltre il Pò, individuato come l’ultimo ed unico vero baluardo in grado di sbarrare il passo dell’esercito invasore. Oltretutto la sponda destra del Piave era sguarnita da vere e proprie fortificazioni, e le poche che vi si trovavano avevano una tale configurazione da renderle più idonee alla protezione dei civili che per l’impiego a scopo militare.
La mattina del 9 novembre 1917, verso le 5 del mattino, il ponte sul Piave venne fatto saltare provocando una deflagrazione che venne udita in tutto il territorio comunale e fu da annuncio a tutta la popolazione che ormai il paese di Ponte di Piave e le sue frazioni erano definitivamente divisi dal resto d’Italia, e presto si sarebbero trovati in balia di un nemico animato da terribili istinti di furia, vendetta ed odio coltivati nel corso di quel lungo e sanguinoso conflitto. Don Lanzarini si prodigò a nascondere presso diverse famiglie vasi sacri, candelieri, registri canonici ed altri tipi di suppellettili passibili di essere razziati, infatti gli austriaci giunti in paese verso le 7:30 di quello stesso mattino non risparmiarono di profanare la chiesa arcipretale distruggendo le reliquie dei santi, le tele dell’altare e bruciando la statua della Madonna del Rosario. La statua di San Valentino Martire venne gettata in un fossato da dove fu recuperata dai componenti della famiglia Luigi Lucchese, che la portarono sempre con loro anche durante le peregrinazioni in Friuli, salvo poi restituirla a fine guerra a Don Lanzarini, il quale la fece restaurare e ricollocare in chiesa come cimelio di guerra. Agli occhi dei fedeli di Negrisia quelle profanazioni apparvero talmente sacrileghe, da risultare come inequivocabile condanna ad un tragico destino da parte di chi le aveva compiute e alla fine così fu.
La canonica venne requisita come alloggio per gli ufficiali ed infermeria per i soldati feriti che vi dovevano giungere, mentre al povero sacerdote non venne riservata alcuna stanza, né gli fu dato modo di chiederla poiché venne zittito da un motto di comando, che seppur incomprensibile alle sue orecchie, era di quelli che non ammetteva repliche, così che Don Lanzarini fu costretto a rivolgersi ai suoi parrocchiani, i quali fecero a gara per ospitarlo mettendo a sua disposizione le loro umili dimore. Nel frattempo la canonica, divenuta di proprietà degli invasori fu teatro di atti di vandalismo inaudito che la devastarono completamente. I soldati austriaci, ma anche i loro ufficiali, gettarono dalle finestre tutte le masserizie che ritenevano inutili, fracassarono le botti di vino custodite in cantina, distrussero i libri ed i registri che capitarono nelle loro mani ed uccisero in maniera efferata tutti gli animali domestici che vi trovarono.
Eppure nel raccontare la storia di quei giorni il prelato non mancò di segnalare la sua compassione nei loro confronti. Si trattava di un esercito composto da uomini cenciosi, luridi, affamati e privi di tutto; la maggior parte era senza scarpe e con i vestiti a brandelli, si ingozzavano di polenta fredda come se fosse il cibo più prelibato che avessero mai assaggiato, tutto quello che avevano era contenuto in piccoli carretti trainati da cani ancor più luridi ed affamati dei loro padroni. La maggioranza era talmente stremata ed al limite delle forze da far sorgere nella popolazione un legittimo dubbio: come aveva potuto un esercito ridotto in quelle condizioni disastrose avere la meglio su quello italiano? Addirittura molti militari austriaci erano pesantemente adirati verso i nostri soldati perché, proprio nel momento in cui quest’ultimi erano riusciti ad avanzare sulla Bainsizza, e si stava prefigurando da parte dell’Austria la necessità di richiedere un armistizio che avrebbe finalmente determinato una tregua su quello che era definito “il fronte italiano”, la disfatta di Caporetto aveva totalmente cambiato le carte in tavola. L’esercito asburgico fu costretto ad avanzare verso ovest in territorio italiano, prolungando una guerra voluta solamente dai rispettivi Comandi Supremi, ma che la quasi totalità delle truppe avrebbe voluto interrompere il prima possibile per ritornare alle loro famiglie e ad una vita normale.
 

grande guerra



news pubblicata il 30 giugno 2015


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