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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

Da Caporetto alla Battaglia del Solstizio

03 luglio 2015

Il bombardamento di Negrisia da parte dell’artiglieria italiana, posizionata sulla riva destra del Piave, iniziò il 10 novembre 1917, e solamente il successivo 11 novembre inizio la risposta austriaca. In quei giorni vi furono numerose vittime da parte degli austriaci, ma fortunatamente molto meno furono quelle fra la popolazione civile, perché i bersagli preferiti erano il campanile quale punto di osservazione più alto, nonché la casa colonica e la palazzina della signora Maria Wurbs vedova Zaro ove si era attestato il comando austriaco. Successivamente furono colpite anche la Chiesa, la canonica, le scuole elementari, alcune abitazioni civili ed ancora il campanile, il cui moncone rimasto in piedi venne definitivamente raso al suolo da una granata italiana il 23 novembre. Gli austriaci convinti che Don Lanzarini fosse una spia arrivarono a segregarlo minacciando di liberarlo solamente quando i bombardamenti fossero cessati, salvo poi esiliarlo in quel di Piavon impedendogli il ritorno fra la sua gente. Ma oltre a questo non sembravano particolarmente preoccupati delle numerose vittime fra i loro reparti; gli ufficiali passavano il giorno a gozzovigliare casa per casa avventandosi su ogni riserva di cibo, e quando questo cominciò a mancare cominciarono a requisire gli animali, soprattutto le mucche, senza curarsi se fossero grasse o magre, gravide oppure no. Il loro saccheggio fu sistematico e progressivo, occuparono ogni casa prendendo possesso delle stanze migliori e relegando i legittimi abitanti nei locali più angusti, e come purtroppo accade in ogni guerra non mancarono gli episodi di violenza sulle donne, anche se molte di loro sacrificarono la loro vita o la loro integrità fisica pur di non soggiacere alle voglie dei soldati nemici.
Riavutosi dallo stato di prostrazione che gli aveva creato il suo esilio forzato, fu proprio grazie all’aiuto ed al sostegno di Don Granzotto, arciprete di Piavon, che Don Lanzarini riprese coraggio e continuò a professare l’esercizio della fede per il quale era stato ordinato. Oltre ad aiutare Don Granzotto nell’espletamento dei servizi religiosi del suo paese, si fece incaricare dell’assistenza religiosa alla popolazione di Busco rimasta senza pastore, e li incontrò diverse famiglie di Negrisia che vi si erano rifugiate, riuscendo così a non spezzare del tutto le relazioni con i suoi parrocchiani. Dopo innumerevoli insistenze ed usando particolari stratagemmi riuscì inoltre ad ottenere il permesso di fare ritorno a Negrisia, anche se per soli 3 giorni alla settimana. Gli fu imposto però di risiedere a Faè di Oderzo, ove si erano concentrate circa 300 persone, mentre la maggioranza per allontanarsi dalle zone adiacenti al Piave, teatro di continui bombardamenti, fu costretta a disperdersi nei vari paesi fra Oderzo e Motta, ed alcuni anche in Friuli, dando vita ad uno dei fenomeni che contraddistinse l’anno di occupazione austroungarica: la profuganza.
Ma se questa era la situazione di Negrisia, quella di Ponte di Piave non era certamente migliore, come si può desumere dai bollettini di guerra che si susseguirono costantemente da novembre 1917 sino ai primi di marzo 1918, i quali stanno a testimoniare come la distruzione del paese non avvenne in seguito al manifestarsi di un attacco intenso e sistematico, bensì attraverso un martirio giornaliero che lentamente lo ridusse ad un cumulo di rovine. Il bollettino del 7 marzo parlò in maniera specifica di Ponte di Piave e spiegò come in seguito ai bombardamenti di quel giorno furono ulteriormente danneggiate le rovine della chiesa e del campanile; le bombe non risparmiarono neppure la piazza ove si trovava la sede del municipio, che subì gravi danni. Gli scontri si ripeterono anche il 10 e l’11 marzo; le due sponde del Piave erano divenute luogo di continui cannoneggiamenti: dalla parte destra l’artiglieria italiana che sparava contro i paesi della sua stessa patria per minare le resistenze dell’esercito austroungarico ivi insediato, e dalla parte sinistra l’artiglieria dell’esercito invasore che tenacemente teneva le posizioni acquisite. Non di rado queste battaglie servivano come copertura a gruppi di incursori di una parte o dall’altra, che tentavano di vincere le resistenze nemiche con azioni di attraversamento del fiume.
Sempre il 10 e l’11 marzo la riva sinistra del fiume fu oggetto di un violentissimo bombardamento da parte di aerei e dirigibili italiani che sganciarono una enorme quantità di bombe al fine di distruggere imbarcazioni, postazioni antiaeree e campi di aviazione austriaci, e nonostante il feroce fuoco di sbarramento nemico, tutti i mezzi riuscirono a far ritorno incolumi alla base di partenza. Il 29 marzo agli aerei italiani se ne aggiunsero anche di inglesi e durante i combattimenti che ne susseguirono, proprio sopra i cieli di Ponte di Piave, vennero abbattuti alcuni velivoli nemici. Nella prima decade di aprile Ponte di Piave fu martoriato dalle batterie austriache posizionate presso il fronte di Salgareda e quello di Zenson; si trattò di un’agonia che pareva senza fine, poiché il paese fu bersagliato da entrambe le artiglierie ed entrambe le squadriglie aeree. Abbandonato dai suoi abitanti costretti alla profuganza, ridotto ad un cumulo indistinto di macerie ed illuminato solo dallo scoppio delle bombe assunse un aspetto talmente spettrale che solo le fotografie che seguono possono illustrare.

grande guerra

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news pubblicata il 03 luglio 2015


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