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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

Da Caporetto alla Battaglia del Solstizio

20 luglio 2015

Negrisia bombardata ed inizio profuganza in Friuli

A febbraio 1918, dei 2400 abitanti di Negrisia solo 300 si trovavano ancora nei pressi del paese, e la maggior parte di loro si sistemò in quel di Faè di Oderzo, poiché anche Negrisia come Ponte di Piave era continuamente bersagliata dall'artiglieria italiana posizionata sulla sponda destra del Piave. Il paese era semidistrutto, e gli altri abitanti già da tempo si erano dispersi presso parenti e amici nel comprensorio dell’Opitergino-Mottense. Forse in previsione di un’offensiva contro l’esercito italiano, le autorità militari austriache imposero l’ordine dello sgombero anche di queste 300 anime. Don Lanzarini chiese ed ottenne di seguire i suoi parrocchiani, e la partenza fu fissata per la mattina del 28 febbraio 1918 alle ore 10,00 precise senza che alcuno conoscesse la destinazione finale. Uomini, donne, bambini e loro masserizie caricati su camion e carri austriaci, solo durante il viaggio riuscirono a comprendere che la prima tappa sarebbe stata la stazione di Annone Veneto, che venne raggiunta nel pomeriggio dello stesso giorno. A causa degli spostamenti delle truppe nemiche, non fu però possibile proseguire il viaggio in treno fin da subito, perciò l’ulteriore ripartenza venne fissata per il mattino del 1 marzo. Così i profughi di Negrisia, assieme a molti altri profughi incontrati in loco ed anch’essi destinati a qualche località nell’interno del Friuli, furono costretti a passare la notte sotto le stelle, chi nei pressi della stazione, chi nella campagna circostante alla ricerca di ripari di fortuna. Durante quella lunga notte invernale trascorsa all’addiaccio, una donna morì nel dare alla luce una nuova creatura, un bimbo già sofferente spirò prima dell’alba, ed un pover’uomo che aveva già dato segno di squilibri mentali, si allontanò dalla comitiva e di lui non si ebbe più alcuna notizia.

Alle sei del mattino del 1 marzo 1918, il treno colmo del suo triste carico umano partì alla volta di Campoformido ove tutti vennero fatti scendere e finalmente i profughi di Negrisia riuscirono ad incontrare i rappresentanti dei tre paesi che avrebbero dovuto accoglierli: Basaldella, Zuliano e Carpeneto. Gli abitanti di questi paesi accettarono i nuovi venuti come fratelli di sventura, e non si mostrarono avari nel dividere con loro il pane quotidiano; permisero ai profughi di rendersi utili con il loro lavoro, evitando di ferirli ulteriormente costringendoli ad elemosinare il cibo, e fecero in modo che la piccola comunità potesse rimanere unita attorno alla guida spirituale rappresentata da Don Lanzarini. In questo frangente i nostri ascendenti di Negrisia furono fortunati, poiché ciò non avvenne per molti altri profughi della sinistra Piave tradotti in altri comuni del Friuli, dove il calore dell’accoglienza forse fu lo stesso, ma si sopí ben presto trasformandosi in malcelata sopportazione, quando venne realizzato che si trattava di ulteriori bocche da sfamare. La miseria regnava sovrana, e molto spesso i profughi si trovarono esposti sia alle vessazioni dell’esercito invasore che li considerava dei nemici, sia al sarcasmo degli abitanti locali con i quali dovevano dividere il pochissimo cibo a disposizione.

Don Lanzarini dapprima fu accolto a Basaldella presso gli alloggi dell’allora Vicario Professor Don Germano Tribos, con il quale intrattenne da subito sincere e profonde relazioni sia in ambito religioso che umano, ma la sua permanenza si limitò a pochi giorni, perché poi si trasferì a Terrenzano, frazione di Pozzuolo del Friuli. Si trattava di un paese di 2000 anime, poco discosto da Basaldella, al punto che vi si erano rifugiati anche una novantina di profughi di Negrisia. La piccola località era rimasta senza pastore in seguito alla disfatta di Caporetto ed alla successiva invasione austriaca, e Don Lanzarini accettò di supplirne l’assenza facendosi stimare e benvolere sia dalla popolazione che dal clero locale. Egli infatti si prodigò per far rinascere la chiesa di Terrenzano come luogo di ritrovo religioso e sociale, riportò il conforto spirituale agli abitanti rimasti privi del proprio parroco, intrattenne buonissimi rapporti con i religiosi dei paesi vicini e mai si risparmiò nel prodigarsi presso le autorità militari austriache in favore dei suoi parrocchiani vecchi e nuovi.

Purtroppo però anche i profughi di Negrisia dovettero ben presto fare i conti con la fame e le malattie, che attecchìvanno facilmente a causa dell’inedia generale della quale più o meno tutti soffrivano. Mancava il grano, perché le autorità austriache avevano chiuso o distrutto i molini, e più di qualche volta Don Lanzarini aiutato dal sindaco Giorgio Galluzzo dovette intercedere per avere almeno un po’ di granturco per il popolo affamato. D’altronde non vi era verso di poter custodire nelle case nulla di commestibile, poiché i soldati alla pari di animali randagi razziavano ogni cosa; la farina divenne merce rara, oggetto di scambi con anelli, orecchini e addirittura corredi nuziali, tutto era in vendita per un po’ di cibo. Protestare, oltre che inutile era anche pericoloso, poiché si andava incontro all’ira dei soldati che reprimevano con la violenza, l’arresto e la prigionia ogni minimo accenno di ribellione. Un povero mugnaio di Basaldella, privato della casa e di tutto il suo contenuto razziato o distrutto dalla furia cieca dei soldati, esasperato nel vedere perso ogni suo bene, osò alzare la voce e per questo venne giustiziato sul posto con un colpo di fucile alla testa. Il popolo per sfamarsi iniziò ad utilizzare quella farina di sorgo rosso, o quella delle castagne degli ippocastani, che normalmente si dà ai polli. Così fu che intere famiglie vennero decimate dalla fame, come nel caso di Vittorio Oian, che tornò indenne dalla guerra combattuta al fronte ma non trovò più né moglie, né figli ad attenderlo, o di Antonio Vaccher la cui famiglia ebbe dieci vittime morte di inedia.

Per un nonnulla molti finirono in galera, il semplice fatto di parlare favorevolmente dell’Italia veniva interpretato come propaganda disfattista e poteva costare l’arresto immediato. Fu un reato nel quale incorsero parecchi sacerdoti colpevoli solamente di voler dare un po’ di fiducia alle loro popolazioni, così come fu considerato reato anche il possesso di un po’ di pane da parte di chi spinto dalla fame era riuscito a procurarselo; detenere del cibo, pur se frutto del proprio lavoro o della generosità di un qualunque benefattore, comportava l’arresto e naturalmente il sequestro del cibo posseduto che finiva nella disponibilità dei soldati nemici. Al fine di poter requisire ogni minima riserva ancora in circolazione, i pochi molini rimasti attivi furono continuamente presidiati dagli austriaci, perciò per ottenere farina senza vedersela sequestrare si cominciarono ad usare i mortai di marmo o addirittura i macinini del caffè, con risultati disastrosi. In molti si accontentarono di togliere i chicchi dalle pannocchie ed arrostirli sulla brace, ma anche questo doveva essere fatto di nascosto; basti pensare che una fanciulla, Pierina Lorenzon, scoperta con una pannocchia raccolta nei campi circostanti fu tratta in arresto e poi liberata solamente grazie alla pietà d’animo di un ufficiale austriaco, dato che nella famiglia della ragazza già due persone erano morte di fame.

Così vissero, anzi sopravvissero, per un anno i profughi di Negrisia a Terrenzano, a Basaldella, a Zuliano ed a Carpeneto; alla fame si aggiunse ad un certo punto anche “la spagnola”, una terribile influenza che spesso non dava scampo a chi ne veniva colpito. In soli due giorni fra Terrenzano e Basaldella riuscì a mietere dieci vittime, costringendo Don Lanzarini ad un continuo peregrinare fra le famiglie per portare le estreme unzioni e celebrare più funerali e seppellimenti nello stesso giorno. Se le loro condizioni fisiche lo permettevano, gli ammalati venivano trasportati all’ospedale di Udine, ma era doloroso sentire i medici affermare che nulla potevano per salvare il loro connazionali in quanto privi di qualunque tipo di medicinale. A mancare erano anche la biancheria ed il cibo, il nutrimento degli ammalati era delegato alle famiglie, che dovettero ingegnarsi per provvedere al sostentamento alimentare dei propri cari. Purtroppo la stessa trama poteva adattarsi a quasi tutti i paesi del Friuli toccati dalla profuganza e non. Fu un periodo terribile sia per chi rimase, che per chi se ne andò, sia per chi morì che per chi sopravvisse, sia per chi andò al fronte che per chi non fu arruolato. Una parte della popolazione subì l’internamento nei famigerati campi di prigionia dei quali abbiamo già parlato, una parte subì il trasferimento presso parenti e amici in paesi interni alla sinistra Piave, una parte subì la profuganza in un Friuli esposto alle mattanze dei soldati tedeschi, austriaci ed ungheresi, una parte subì la profuganza in paesi del centro-sud Italia ove non furono certo ben visti… purtroppo anche coloro che non combatterono come soldati, in un modo o nell'altro dovettero pagare alla sorte un conto assai salato in nome di quella guerra non voluta.

Negrisia aprile 1918 Negrisia aprile 1918

Negrisia aprile 1918 cimitero di s. andrea 1918



news pubblicata il 20 luglio 2015


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