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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

Storie di profughi e sfollati.

10 agosto 2015

In questa cronaca racconteremo la triste storia dei coniugi Lorenzon-Visentin, tratta dal libro: «Di quà di là dal Piave», dello scrittore Mario Bernardi recentemente scomparso. Consapevoli dei nostri limiti rispetto alla statura letteraria dell’autore opitergino, ci limiteremo a riportare gli accadimenti così come da lui descritti senza cambiare alcuna parola della narrazione originale:
«Una storia triste fa da sfondo a questa testimonianza, quella occorsa ai coniugi Lorenzon di Negrisia di Ponte di Piave. Cacciata dalla propria casa all’arrivo degli austriaci sulla riva sinistra del Piave, la famiglia aveva trovato rifugio prima nelle campagne di Lutrano e poi a Fontanellette in località Gattolè. Dopo diversi giorni, calmatisi momentaneamente i combattimenti, Giulio Lorenzon e la moglie Maria Visentin s’erano allontanati di notte dalla loro nuova residenza e s’erano avviati a piedi - attraverso i campi - verso la loro casa. Camminavano svelti e molto spesso dovevano cambiare percorso perché c’era il pericolo di imbattersi in qualche pattuglia di austriaci ed essere fermati. Ma tutto andò bene, e molte ore dopo giunsero sull’argine del Piave e riuscirono ad avvicinarsi alla loro abitazione senza essere visti. Maria aveva un pensiero fisso che la perseguitava: recuperare il vestito da sposa nascosto dentro ad uno scatolone sotto il fieno nel pagliaio. Lasciò il marito affannato nella ricerca dei salami e del formaggio nascosti in una buca davanti al capitello della Madonna che si trovava all’inizio dello stradone che portava alla loro casa. Si muoveva in fretta, perché il sole stava salendo velocemente e loro - ultimate le operazioni - avrebbero dovuto nascondersi per molte ore e riprendere la via del ritorno non appena avrebbe fatto notte.
Maria annaspava furiosamente cercando il suo abito e non lo trovava, poi ricominciava a frugare e intanto pregava e piangeva disperata. Finalmente lo scoprì e, dimentica di ogni prudenza, urlò il nome del marito e uscì col fagotto correndogli incontro gridando: «L’ho trovato!». Di là del fiume un soldato italiano vide un’ombra muoversi tra gli alberi e – subito - sparò addosso alla sagoma che gli stava di fronte scambiandola per un soldato tedesco. Alle fucilate si aggiunse una salva della batteria da campagna che si trovava dietro le trincee dei fanti. Il proiettile investì casa Lorenzon spargendo tutt’intorno una miriade di schegge; una di queste raggiunse Maria colpendola in pieno viso senza lasciarle neanche il tempo di riabbracciare il suo sposo. Morì sul colpo, e lui le si inginocchiò vicino urlando il suo dolore mentre cercava di rianimarla. Lei era lì con le braccia spalancate come se volesse abbracciare il suo uomo e mostrargli l’abito bianco. Questo prezioso indumento l’accompagnerà nella tomba il giorno dopo, quando, aiutato dagli stessi soldati austriaci, Giulio Lorenzon la seppellirà nel cimitero del suo paese sconquassato dalle bombe e dal passaggio di due eserciti.
Subito dopo aver inumato la sua sposa, per la cui sepoltura aveva costruito una cassa con le porte di casa, venne arrestato dalla polizia austriaca e processato per spionaggio con l’accusa di trovarsi in zona di operazioni senza giustificazione. Il processo sommario fu celebrato in tedesco e gli vennero fatti firmare dei documenti nei quali egli si riconosceva colpevole - assieme alla moglie - di aver violato i limiti rigidissimi che escludevano qualsiasi presenza di civili sulla linea del fuoco. Giulio Lorenzon non sapeva scrivere e la sua mente aveva a malapena lo spazio sufficiente a contenere la disperazione per la perdita di Maria. Del resto non gli importava di morire: chiedeva solo di poter rivedere suo padre e domandò del prete perché, almeno lui, potesse assolverlo dalla colpa, di cui si sentiva responsabile per aver causato la morte di Maria.
Gli ufficiali austriaci compresero di essere di fronte ad un povero uomo che aveva soltanto in animo di rientrare nella sua casa e di cercarvi qualcosa prima che venisse completamente distrutta. Il processo fu sospeso. Venne chiamato il parroco di Fontanellette per testimoniare in favore del malcapitato e questi, accompagnato dal padre di Giulio, arrivò a Roncadelle in brevissimo tempo. Non esistono verbali di questo processo ne alcun documento che possa ricordare quale sia stato il colloquio del sacerdote con gli accusatori di Giulio Lorenzon. Ma il miracolo della sua scarcerazione avvenne, ed i tre ritornarono insieme nel loro paese senza dirsi nulla. Forse parlando di Dio e della sua misericordia, la stessa che aveva accolto nel suo seno la giovane sposa, morta d’amore per la gioia di essere stata la donna di un uomo che le sopravvisse a lungo e narrò a tutti di lei, permettendo anche a noi, oggi, di poterla ricordare.»
Ma questo racconto da modo anche a noi di ricordare lo scrittore Mario Bernardi, spentosi il 5 luglio 2015, a 84 anni, nella Casa dei Gelsi, dove era ricoverato da due settimane. Oltre che uomo di grande cultura, è stato personaggio di riferimento per la vita sociale dell’Opitergino. Era nato a Oderzo il primo maggio del 1931. Dopo gli studi e le esperienze di lavoro in Sicilia, ed in altre parti d’Italia, era stato anche consigliere comunale a Oderzo. Si era dedicato alla scuola e quindi, ancora studente universitario, alla diffusione del libro in collaborazione con la casa editrice di Giulio Einaudi. È stato dirigente per molte case editrici italiane: Einaudi, Electa, Baldini&Castoldi e Marsilio. Fratello di Ulderico (ordinario di Sociologia a Ca’ Foscari) e di Umberto (avvocato), Mario Bernardi è stato anche giornalista, collaborando con quotidiani e riviste, occupandosi di critica letteraria e artistica. Per le sue monografie vinse numerosi premi, tra i quali il “Nonino” e “I Grandi per la cultura veneta”.
Oltre al ricordo di Mario Bernardi, questo racconto ci permette di introdurre un tema dibattuto ancora oggi: le stime sui morti civili della Prima Guerra Mondiale, causati sia direttamente dalle azioni belliche, come quella che stroncò la giovane vita di Maria Visentin, che da cause collegate come malattie, malnutrizione e incidenti vari. Un calcolo molto difficile da fare, e che forse mai si riuscirà a fare, pensando che l’ipotesi più accreditata fra gli studiosi di quel conflitto si basa su un valore medio calcolato attraverso una forbice che varia dai sei milioni e mezzo ed i nove milioni. Per quanto riguarda l’Italia il conteggio totale delle morti civili è stato eseguito mediante uno studio dei flussi demografici degli anni antecedenti e successivi al conflitto, riportando un numero ampiamente condiviso che si attesta attorno alle 600.000 persone, decedute per lo più in seguito alla malnutrizione. È però opinione assai diffusa che la cifra vada elevata ad un milione di persone, dovendo aggiungere anche i circa 400.000 morti dovuti all’epidemia di “Spagnola”, una terribile influenza catalogata come la più grave forma di pandemia della storia dell’umanità.



news pubblicata il 10 agosto 2015


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