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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

Violenze e stupri durante l'anno d'occupazione

14 settembre 2015

Non solo in epoca contemporanea, ma anche durante le due guerre mondiali del secolo scorso, gli stupri furono parte della strategia offensiva degli eserciti, una vera e propria arma per colpire la popolazione civile. Nonostante sia stata per lungo tempo sottovalutata, la violenza sulle donne rappresentò uno dei prezzi più alti che le popolazioni dovettero pagare nel corso delle occupazioni militari avvenute durante la Prima Guerra Mondiale. Non fecero eccezione i territori del Veneto e del Friuli, invasi dagli austriaci dopo la disfatta di Caporetto, con l’aggravante che molte vittime non riuscirono mai a superare il trauma subito anche a causa della congiura del silenzio praticata da famigliari e comunità. A testimonianza di ciò vi è il fatto che a guerra finita in Italia si formò una prima Commissione d'inchiesta organizzata dall'Ufficio Tecnico di Propaganda Nazionale che, in poco più di una settimana, concluse i propri lavori dando alle stampe "Il martirio delle terre invase" nel quale vennero evidenziate le aggressioni sessuali patite dalle donne italiane. Ma la documentazione più cospicua fu raccolta solo in seguito, dalla "Reale Commissione d'Inchiesta", i cui risultati vennero pubblicati tra il 1920 e il 1921 in ben sette volumi intitolati: «Relazioni della Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti commesse dal nemico.»
I lavori di tale commissione furono inizialmente svolti con il solo fine di motivare la richiesta di danni presentata dall’Italia alla Conferenza di Pace, e solo in seguito, pur continuando a riservare a tali episodi un posto minore rispetto a quello dell'eroismo maschile e del sacrificio della vita in guerra, il tema dello stupro venne caricato di significati simbolici non irrilevanti visto che «il corpo delle donne violate si configurava come un simbolo del corpo della nazione vinta ed umiliata». Tra gli allegati di tali volumi furono pubblicati anche i risultati di un questionario inviato ai Comuni il 27 novembre 1918, nel quale, tra le altre cose, si chiedeva di accertare se nelle terre invase la soldatesca nemica si fosse abbandonata a violenze contro le persone con uccisioni e ferimenti di cittadini inermi o con stupri di ragazze e di donne maritate, specificando i fatti e le singole responsabilità. Naturalmente la reticenza a parlare di tali esperienze traumatiche da parte delle donne, accompagnata dalla volontà delle comunità locali di attirare il meno possibile l’attenzione per eventi di tale specie, rese meno attendibile il quadro finale. Pur avendo contezza che siffatti episodi si erano verificati in un numero molto maggiore di quello dichiarato, Sindaci e Medici furono costretti ad accettare il fatto che per un innato senso del pudore molte donne tacquero le onte subite.
La maggior parte delle violenze furono registrate nella prima fase dell'invasione, in particolare nella prima metà del novembre 1917, quando gli eserciti nemici erano ancora impegnati nell'azione di sfondamento delle linee italiane e di riposizionamento dopo l'arresto al Piave. A farne le spese soprattutto le popolazioni delle campagne, poiché ad esser stuprate furono innanzitutto le donne trovate nei casolari isolati che per ordini militari non dovevano tenere le porte chiuse. Secondo le testimonianze raccolte furono innanzitutto i militari tedeschi ed ungheresi, seguiti da bosniaci e croati, a rendersi responsabili delle peggiori violenze carnali, lasciandosi andare anche ad omicidi e torture. Solo dopo il passaggio del controllo sulle zone occupate, dal comando militare tedesco a quello austro-ungarico, le violenze diminuirono considerevolmente. Comparvero anche gli inviti ai comandanti ad intervenire con maggiore severità nei confronti dei soldati colpevoli di simili crimini, tuttavia la misura non ebbe grande impatto visto che gli episodi di stupro, seppur con minor frequenza, continuarono a verificarsi poiché vi era nei loro confronti una sorta di sostanziale impunità per le violazioni commesse, in quanto considerate dalle autorità d'occupazione “reati minori" nel clima generale di guerra che incendiava il mondo in quel periodo.
Molte donne, avvisate per tempo del passaggio della soldataglia, si rifugiarono negli edifici pubblici e religiosi, dal municipio alla chiesa e alla casa canonica, mentre altre volte si nascosero nei campi, nei fienili o nei boschi, ma neppure questi luoghi si rivelarono in grado di metterle completamente al sicuro. Gli ufficiali austroungarici e tedeschi erano in grado di imporre con la forza l’apertura di qualunque edificio, e le truppe non si fecero alcuno scrupolo nel violare con le loro insane gesta la sacralità dei luoghi di culto. Minorenni, bambine, vecchie e inferme, nessuna sfuggì alle aggressioni, anche se le profughe furono tra coloro che dovettero subire maggiormente ogni tipo di violenza, poiché facilmente intercettabili durante le loro peregrinazioni. Nella maggioranza dei casi si trattò di stupri di gruppo, eseguiti da 3-6 militari, ma non mancarono i casi nei quali si ebbero violenze praticate anche da 10 o addirittura 20 soldati, al punto che molte donne contrassero malattie veneree delle quali patirono le conseguenze ben oltre la fine temporale del conflitto.
Le relazioni ed i verbali delle commissioni d’inchiesta portarono alla luce episodi terribili per la loro brutalità. A Soffratta di Vazzola due soldati ungheresi per violentare più tranquillamente una giovinetta, che vegliava il padre infermo a letto, uccisero con i calci dei fucili quest'ultimo. A Sofratto di Mareno una donna venne legata e violentata da tre militari germanici in presenza del marito che per sommo scherno fu costretto a illuminare la scena con la candela accesa. A Oderzo, per disposizione del locale comando austriaco, 200 ragazze profughe di Ormelle furono rinchiuse con violenza in una camera del "Feld-Ospital" e sottoposte a visite ignominiose dal direttore di detto ospedale per otto giorni consecutivi col pretesto che dette donne erano sifilitiche. Quelli appena descritti sono solamente alcuni dei moltissimi casi avvenuti in località della sinistra Piave facenti capo alla Provincia di Treviso, ma anche la provincia contigua di Belluno subì la stessa sorte, innumerevoli sono poi gli episodi avvenuti in provincia di Udine e Gorizia. Si trattò di violenze gratuite che segnarono profondamente sia sul piano fisico che morale le donne che ne furono vittime, senza contare che molti stupri portarono a gravidanze indesiderate aumentando notevolmente sia il numero degli aborti, sia il numero delle gestanti che morirono durante l’esecuzione di tale pratica.
Nonostante la natura di tale violenze non facesse parte di un piano preordinato dei comandi nemici, come invece avvenne per la Francia e per il Belgio, anche sul fronte italiano fu raggiunto un livello quantitativo molto elevato, del quale forse non riusciremo mai a delineare la reale portata perché interrogatori, ricerche e valutazioni furono eseguite da uomini, di fronte ai quali molte donne preferirono tacere o celare lo stupro subito mascherandolo con un tentativo di violenza non riuscito, e perché Sindaci, medici e parroci incaricati di tali resoconti preferirono sminuirne l’importanza nel tentativo di esorcizzare dei fatti che avrebbero potuto minare alle fondamenta le basi sulle quali si reggeva la struttura sociale dei tempi.

grande guerra

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news pubblicata il 14 settembre 2015


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