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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

La Battaglia del Solstizio

05 novembre 2015

Nato a Villa Bartolomea il 26 aprile 1882 e morto a Milano il 16 giugno 1956, Arnaldo Fraccaroli fu giornalista, scrittore ed attore italiano molto famoso, oltre ad essere inviato speciale del “Corriere della Sera”, fu collaboratore del “Giornale di trincea” e nei suoi pezzi di allora, con il suo stile forte e brioso, parlò anche della Battaglia del Solstizio in relazione ai fatti che riguardarono il settore di Fagarè, Zenson Di Piave e Fossalta di Piave. Nei suoi racconti densi di trepidazione egli descrisse tutto l’entusiasmo che animava le truppe combattenti, ma al tempo stesso le sue parole ripeterono più e più volte come l’opera di distruzione non potesse essere stata più fatale per i nostri territori: «17 giugno. Questa notte la linea del Piave balenava di tre grandi focolari di incendio. Vasti fuochi di artiglieria si accendevano con incessante furore in alto sul Montello, sul medio Piave, tra Maserada e Fagarè e più giù, nel basso Piave, fra Zenson di Piave, Fossalta di Piave e San Donà di Piave. L’aria era martellata dal fragore sordo di esplosioni continue. La seconda giornata dell’offensiva austriaca è passata tumultuosa di avvenimenti. Tenaci contrattacchi nostri, nuovi formidabili tentativi del nemico, giornata dura, vibrante di emozione; ed altre giornate durissime avremo. La lotta è grandiosa, e non è che all’inizio. L’Austria alterna i colpi, alimentando l’offensiva con sempre nuove forze, implacabilmente. Segue il sistema germanico di non dare tregua; tenta da ogni parte, e dove qualche flessione si pronuncia nella resistenza, il comando austriaco ripete più insistenti e più rapidi gli sforzi per sfruttare il successo e dilagare con le truppe. La difesa italiana lo fronteggia con ostinatezza eroica, che esalta, che commuove. Nella cameretta di un comando improvvisato con un tavolo, una sedia e una candela, trovo un ufficiale nostro che interroga un sottufficiale, un serbo del Banato. Ha passato il Piave il mattino col suo reggimento. Dice che almeno al 10% degli uomini è rotolato nel fiume, flagellato dalle nostre artiglierie. Con altri due reggimenti, il suo aveva ordine di avanzare più che fosse possibile: non si sono potuti muovere dall’argine, contro il quale sono rimasti incollati in una situazione difficile: “non abbiamo avuto i viveri di riserva, dice; il mio reparto non ha collegamenti. Oltre il Piave si sta male. Le perdite austriache, oltre il fiume sono state molto forti. Reparti di pontieri rifacevano continuativamente le passerelle di tavole su pontoni, e le artiglierie italiane continuamente le abbattevano.»
La violenza dell’azione e lo sforzo sostenuto dagli austriaci per attraversare il Piave furono specificati più ampiamente nel comunicato della Stefani il 18 giugno. In questo tentativo di sfondamento fu coinvolta tutta la sponda sinistra del Piave, ed in modo particolare il paese di Ponte di Piave: «… cui (lungo il Piave) l’avversario, rinnovando senza tregua attacchi in forze, cerca di estendere la sua occupazione sulla sinistra del fiume, così da assicurarsene i passaggi; ma la sua violenta azione, urta contro la nostra tenace resistenza, si incrocia e si intreccia con una nuova nostra impetuosa reazione. Ai suoi attacchi rispondono immediati i nostri contrattacchi; ad ogni sua sosta di stanchezza, la nostra pressione aumenta, annulla i vantaggi che esso ha conseguiti. È impossibile indicare le linee di contatto. Ad ogni momento il fronte si sposta secondo gli impulsi degli attacchi e dei contrattacchi. Non vi sono linee, ma aree di combattimento, che comprendono, la zona settentrionale del Montello, e, lungo il Piave, una fascia profonda qualche km sulla riva destra tra le ferrovie Oderzo-Treviso e Portogruaro-Mestre. Ma in questo tumulto grandioso di combattimenti, attraverso i rapporti e le testimonianze dei nostri, attraverso i documenti e le deposizioni dei prigionieri avversari, sempre più fulgidamente si illumina la magnifica resistenza delle nostre truppe e dei contingenti alleati.»
«Tutta l’azione fu una delusione per l’avversario; aveva immaginato una passeggiata trionfale, e trovò una tomba eterna; aveva sognato il più vasto bottino, e dovette morire di fame, inchiodato da un fuoco concentrato. Il vasto piano fu sconcertato fino dai primi momenti; l’ordine della 73ª Divisione honved sul Piave imponeva: «prima giornata: ore 7,30, prima irruzione; ore 10,30, raggiungimento della linea Piavesella-nord di Treviso; ore 11:00, occupazione della linea Meolo-Casanuova; ore 14:00, occupazione di sorpresa della linea di Pero» : in conclusione la sera della prima giornata si doveva giungere a Treviso. Ancora una volta un calcolo matematico, perfettissimo nei suoi termini strategici e logistici, si infrangeva contro un’altra realtà, realtà morale e matematica ad un tempo, il valore e lo spirito di dedizione, spinto fino al sacrificio, del soldato italiano che lottò con estrema violenza per salvare il diritto e per vendicare le lacrime di tanti fratelli.» L’azione di assalto continuò il 19 giugno: «Mentre una nostra azione convergente guadagnava terreno, raccoglieva prigionieri e bottino nella zona di San Donà di Piave, più a nord il nemico assaliva a cavallo della strada Ponte di Piave-Treviso con grosse forze, il cui nerbo era costituito dalla 29ª Divisione, una delle migliori del suo esercito, composta quasi esclusivamente da tedeschi. Obiettivo: sfondare le nostre linee fra San Biagio di Callalta e Monastier e puntare su Treviso. La magnifica resistenza della nostra 25ª Divisione, che da cinque giorni regge impavida all’urto continuo di forze quadruple, mandava a vuoto il tentativo condotto con una resistenza disperata, come tutti gli assalti nemici di questi giorni. Il bollettino del Tenente Maresciallo Saretic conteneva quest’ordine: «Fate tutto il vostro dovere! Non risparmiate il nemico maledetto, e con l’aiuto di Dio sopportate quest’ultimo sacrificio per il Sovrano e per la libertà della nostra bella patria». E la 42ª divisione ha fatto il suo dovere: essa si è sfracellata contro la resistenza dei nostri, come si sono sfracellate tutte le divisioni che attraversarono il fiume».
Il 20 giugno, sul ponte del Piave, di fronte a Fagarè e a Barbarana, le sorti si cambiarono. Forti nuclei di arditi, lanciati da San Biagio, San Martino, Spercenigo e Rovarè, ebbri di entusiasmo ed eccitati dalla bramosia della vendetta, si avanzarono verso il nemico che si teneva insidiato presso la parrocchiale di Fagarè, sulla zona di Barbarana, fino alla Callaltella: la resistenza fu ostinata, «condotta difensivamente con l’impiego di nidi di mitragliatrici, favorita dagli infiniti ostacoli, che la vegetazione, gli argini e i fossi offrono nella zona contigua al fiume, e controffensivamente con vigorosi contrattacchi, sia nel settore della nostra avanzata, sia in quelli immediatamente contigui. La tenacia e l’impeto delle nostre fanterie, precedute da nuclei di arditi lanciati a continue azioni avvolgenti, coadiuvate assai utilmente nella pianura del Piave dalle auto mitragliatrici blindate, appoggiate splendidamente dall’artiglieria di tutti i calibri, hanno avuto ragione di ogni difesa e di ogni contrattacco. Sulla linea Fagarè-Barbarana, il nemico ha subito perdite di gravità eccezionali».
 

GRANDE GUERRA

 

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news pubblicata il 05 novembre 2015


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