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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

Il regio esercito

25 febbraio 2016

I Corpi e le Armi della Grande Guerra: gli Alpini


Le Truppe Alpine ebbero origine nel 1872, quando il giovane Regno d’Italia dovette affrontare il problema della difesa dei nuovi confini terrestri, che dopo l’infelice guerra del 1866 contro l’Austria, coincidevano quasi interamente con l’arco alpino. L’idea di affidare la difesa avanzata della frontiera alpina ai valligiani del posto anziché ricorrere a truppe di pianura, che oggi appare semplice e logica, a quei tempi era assolutamente originale, quasi rivoluzionaria. Gli esperti militari del tempo erano convinti che una reale difesa sulle Alpi non fosse possibile e che un eventuale invasore dovesse essere fermato e ricacciato solo nella pianura padana.
L’ideatore del Corpo degli Alpini fu l’allora Capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perrucchetti nato a Cassano d’Adda, in provincia di Milano il 13 luglio 1839, il quale all’età di vent’anni fuggì dalla Lombardia, allora sotto la dominazione austriaca, per arruolarsi volontario nell’esercito piemontese. Nel 1871 il geniale ufficiale, appassionato di montagna, studioso di operazioni militari in zone alpine, redasse una memoria nella quale sosteneva e dimostrava il concetto che la difesa di primo tempo del confine alpino dovesse essere affidata a presidio di soldati nati in montagna, pratici dei luoghi sin dalla prima giovinezza e sicuramente ben motivati nel caso avessero dovuto effettivamente difendere i propri cari e i propri beni. L’idea piacque all’allora Ministro della Guerra, Generale Cesare Ricotti Magnani, che inserì in un Regio Decreto del 15 ottobre 1872 la costituzione di 15 nuove compagnie distrettuali permanenti, con il nome di “Compagnie Alpine”, per un totale di circa 2000 uomini e 15 muli, uno per compagnia, da dislocare in alcune valli della frontiera occidentale e orientale.
Sin dall’anno di fondazione del corpo, la penna sul cappello di feltro divenne l’emblema degli Alpini. Lunga circa 25-30 cm, è inserita sul lato sinistro del cappello, leggermente inclinata all’indietro. È di corvo (nera) per la truppa, d’aquila (marrone) per i sottufficiali e per gli ufficiali inferiori, d’oca (bianca) per gli ufficiali superiori e i generali. Il colore del dischetto di lana, o nappina, sul quale viene infilata la penna serve per distinguere i battaglioni di ogni reggimento. L’idea della penna da apporre sul copricapo tondo non fu casuale, ma derivata dall’opera lirica “Ernani” di Giuseppe Verdi, che narrava di un montanaro ribelle che si oppose alla tirannia spagnola, per il quale era abitudine portare l’inconfondibile cappello con la penna, che prima di passare agli Alpini, già nel 1848 fu indossato come simbolo di patriottismo da molti volontari insorti contro il dominio austro-ungarico.
Il privilegio di costituire i primi reparti alpini toccò ai nati nel 1852 denominata “classe di ferro”. Nel giro di qualche anno le compagnie divennero 36 ed i battaglioni 10 per un totale di circa 9000 uomini, e nel 1882, a 10 anni dalla nascita del corpo si ebbe un altro consistente ampliamento con la costituzione dei primi 6 reggimenti alpini. Nel 1877 i reggimenti diventarono 7, i battaglioni 22 e le compagnie 75, e nel 1888 i muli affidati ad ogni compagnia passarono da 1 a 8. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, i “Figli dei Monti”, come li chiamava Cesare Battisti, si apprestarono a partecipare con 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna, per un totale di circa 240.000 uomini.
Iniziarono così quarantuno mesi di lotta durissima e sanguinosa, che costituirono per gli Alpini un’epopea di episodi collettivi ed individuali  di altissimo valore e di indomita resistenza, di battaglie di uomini contro uomini, di uomini contro le forze della natura, di azioni cruente e ardimentose sulle alte vette dalle enormi pareti verticali, di miracoli di adattamento alle condizioni più avverse ed in zone alpinisticamente impossibili. Così furono definiti da un famoso scrittore inglese, Rudyard Kipling, venuto in visita alla fronte italiana nel corso della Prima Guerra Mondiale: «Alpini, forse la più fiera, la più tenace fra le Specialità impegnate su ogni fronte di guerra. Combattono con pena e fatica fra le grandi Dolomiti, fra rocce e boschi, di giorno un mondo splendente di sole e di neve, la notte un gelo di stelle. Nelle loro solitarie posizioni, all’avanguardia di disperate battaglie contro un nemico che sta sopra di loro, più ricco di artiglieria, le loro imprese sono frutto soltanto di coraggio e di gesti individuali. Grandi bevitori, svelti di lingua e di mano, orgogliosi di sé e del loro Corpo, vivono rozzamente e muoiono eroicamente».
Già alla metà di giugno del 1915 gli Alpini effettuarono la prima leggendaria impresa, la conquista del Monte Nero, davanti alla quale anche gli avversari si espressero con parole di elogio. Ma dal Monte Nero
al Monte Adamello, dalle Tofane al Carso, dalla Marmolada al Monte Ortigara, dallo Stelvio al Monte Grappa, dal Monte Pasubio al Passo della Sentinella, aggrappati alla roccia con le mani e con le unghie per lottare contro uno dei più potenti eserciti del mondo, costruirono con mezzi rudimentali strade e sentieri fino sulle cengie più ardite, combatterono memorabili battaglie di mine e contromine, portarono a termine brillanti  colpi di mano espugnando posizioni ritenute imprendibili, e aggiunsero alle fantastiche leggende delle Dolomiti storie di giganti della lotta in montagna.
Anche se in questi luoghi non mancarono brigate di semplice fanteria (del tutto inadatte ad affrontare situazioni del genere), la maggior parte dei combattenti appartenevano al corpo degli Alpini. Per oltre due anni rimasero in quota combattendo, trasportando materiali, armi, attrezzature, viveri e costruendo baraccamenti, appostamenti e sistemi trincerati che ancora oggi sono in grado di sorprendere ed emozionare. In alcuni casi addirittura gli acquartieramenti furono costruiti nel cuore dei ghiacciai, specie attorno al Passo Fedaia e al Passo San Pellegrino. L’ammirazione nei confronti degli Alpini aumenta ancor di più nello scoprire come gli equipaggiamenti loro distribuiti furono assolutamente inadatti alla vita in quota. Nonostante il clima estremo, che comprendeva anche nevicate estive, nella maggior parte dei baraccamenti la sola fonte di riscaldamento erano i piccoli fornelletti per le vivande. I vestiti di lana erano quasi inesistenti, e molti di loro, utilizzando dell’alluminio, dovettero costruirsi da soli degli occhiali per prevenire i danni dei raggi solari riflessi sulle superfici innevate.
Alla fine della Grande Guerra, il contributo dato dagli Alpini è ampiamente evidenziato dalle seguenti cifre:
24.876 fra ufficiali, sottufficiali e alpini morti, 76.670 feriti e 18.305 dispersi.

grande guerra

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news pubblicata il 25 febbraio 2016


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