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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

La resa degli imperi centrali

07 giugno 2016

Firma dell’Armistizio fra il Regno d’Italia e l’Impero Austroungarico


Quando, la sera del 24 ottobre, l’Imperatore Carlo I venne informato che la resistenza sul Monte Grappa stava dando i suoi frutti, in cuor suo confidò che la situazione non fosse del tutto compromessa e che tutto il fronte potesse reggere unito all'offensiva italiana. Ma appena iniziarono le operazioni sul Piave capì che non c'era più nulla da fare ed il 27 ottobre informò Guglielmo II di Germania che avrebbe chiesto ai Paesi dell'Intesa ed ai loro alleati una pace separata.
Già all’inizio dell’attacco italiano sulle Grave di Papadopoli le truppe austro-ungariche si fecero prendere dal panico e molti soldati, ancora prima di iniziare il combattimento vero e proprio, iniziarono a ripiegare verso est senza alcun coordinamento. I disertori si moltiplicarono nelle ore seguenti e un intero reggimento ungherese che si trovava di fronte alla testa di ponte francese si arrese in massa alla Dodicesima Armata. Il generale Borojevic fece arretrare la Quinta e Sesta Armata verso il fiume Monticano ma nelle ore seguenti decise di abbandonare tutto il Veneto schierandosi dietro la linea del fiume Livenza, però anche qui non ci fu il tempo di attendere gli italiani, le truppe erano allo sbando, la guerra era persa, e ulteriori tentativi di resistenza non avevano più senso. Il generale Arz von Straussemburg diede quindi ordine di ritirarsi immediatamente e definitivamente dal fronte italiano.
Nel frattempo in Veneto, Trentino, Alto Adige e Friuli gli eserciti non si erano fermati, mentre quello austro-ungarico cercava di ripiegare, quello italiano si lanciava al suo inseguimento in modo da occupare quanto più territorio possibile. Il 1° novembre il generale Armando Diaz lanciò un proclama sulle terre occupate l'anno precedente, nel quale si annunciava che ben presto l'esercito italiano sarebbe arrivato in nome dell'Italia. Ciononostante, durante i 10 giorni della battaglia finale di Vittorio Veneto l'esercito italiano subì la perdita di 37.461 uomini tra morti, feriti e dispersi, mentre l’esercito austro-ungarico, in conseguenza anche della disgregazione delle strutture politico-militari dell'impero, uscì distrutto dalla battaglia, perdendo circa 30.000 soldati fra morti e feriti e lasciando in mano italiana un numero elevatissimo di prigionieri saliti dai 50.000 della sera del 30 ottobre ai 428.000 del termine delle operazioni.
Il 31 ottobre 1918 i generali austro-ungarici e quelli italiani si incontrarono a Villa Giusti, alle porte di Padova, per iniziare a discutere le condizioni di pace. In accordo con gli alleati, l'Italia sottopose all'Impero asburgico un armistizio che si basava sulle richieste del Patto di Londra. Veniva quindi formulato il diritto dell'esercito italiano di occupare tutte le terre austro-ungariche sul litorale adriatico, la riduzione dell'esercito avversario a 20 divisioni, la consegna di metà dell'artiglieria in sua dotazione, la liberazione immediata dei prigionieri e il ritorno in Germania delle truppe tedesche entro due settimane. Carlo I informato dai propri emissari, non poté far altro che accettare queste condizioni e quindi l'armistizio venne firmato alle 15.20 del 3 novembre 1918. Il "cessate il fuoco" sarebbe entrato in vigore alle 15.00 del 4 novembre, mettendo così ufficialmente fine alla Grande Guerra dopo quasi 3 anni e mezzo. Anche se non direttamente, questa firma sancì pure la fine del secolare Impero d'Austria-Ungheria, che si disgregò sotto le inarrestabili onde dei movimenti nazionalisti.


 



news pubblicata il 07 giugno 2016


 
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