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Diario della Grande Guerra - a cura di Daniele Furlan

La vita di trincea

lun 13 apr 15

Nel corso della guerra gli equipaggiamenti e la vita nelle trincee migliorarono un po’. Dopo il primo anno, nella primavera del 1916 iniziarono ad essere distribuite nuove dotazioni che contribuirono a rendere meno dura la vita sul fronte. Apparvero i primi elmetti, consegnati inizialmente ai reparti addetti a tagliare i fili dei reticolati e poi anche alle sentinelle. Le calzature furono più moderne e robuste ed i reparti impegnati in montagna ricevettero degli scarponi chiodati, molto più adatti per gli spostamenti, ed entro l'inverno comparvero anche i primi sovrascarpe pesanti ed i primi cappotti. Una serie di piccoli interventi che non riuscirono a cambiare l'ambiente di vita delle trincee che continuò ad essere terribile ed aberrante. In molte testimonianze si possono leggere gli stati d'animo, le emozioni, le paure, la voglia di scappare da quell'inferno. Ma si possono anche cogliere le cronache di vita reale, di come fosse stata organizzata questa convivenza sul fronte, vicino al proprio nemico. Si scoprono così le dure regole imposte dai comandi (specie nel periodo di Cadorna) e le punizioni per coloro che si rifiutavano di combattere. Cadorna, un personaggio senza dubbio carismatico ma anche controverso, rimase convinto per tutta la durata del suo incarico che l'unico modo utile e giusto per condurre una guerra fosse l'attacco ad ogni costo, senza badare alle conseguenze. I soldati perciò dovevano uscire dalle trincee appena giungeva l'ordine. Chi esitava o si rifiutava, veniva colpito dagli spari dei carabinieri posizionati alle loro spalle. Allo stesso modo proseguì la pesante censura all'interno dell'esercito. Sempre per ordine del Capo del Comando Supremo, i soldati non potevano leggere giornali non autorizzati. Grazie a questo accorgimento, le opinioni (specie quelle critiche) degli inviati di guerra rimanevano fuori dalle trincee. Allo stesso modo, le lettere scritte ai propri famigliari venivano controllate per evitare che nel resto del Paese si diffondesse l'idea che la guerra non stava andando secondo i piani. Parallelamente, vennero ridotti al minimo anche periodi di licenza. Ma per meglio descrivere la vita di trincea ci affidiamo alle parole di chi l’ha vissuta in prima persona. Dal Blog di Camillo Pavan estrapoliamo questo breve racconto, ancora del nostro concittadino Ruggero Rinaldin: «In trincea si viveva alle intemperie, perché si era là ... all'aperto. Sul Monte Piana ho cominciato la guerra, in alto Cadore, sei mesi di guerra in Alto Cadore. Ho cominciato nel Monte Piana verso la valle di fianco sulla sinistra Val ...??, alla destra la Val .…??, e le Tre Cime di Lavaredo, di fronte alle Tre Cime di Lavaredo l'unica posizione che abbiamo potuto conquistare: Sette …?? una piccola fortezza austriaca presa assieme agli alpini, di notte, con 37 prigionieri [austriaci]. Siamo andati avanti ora in piedi ora in terra (strisciando) perché «i sbarava», eh!... E quando, di notte, si andava avanti io ho detto a uno: «Grava, su, su che ndémo vanti!» e invece era uno degli austriaci, morti, s'immagini! non veniva mai avanti, quello là... In trincea si dormiva all'aperto come sono adesso ... ugualmente ero in mezzo alle intemperie, che pioveva, che c'erano le intemperie ... al freddo, quel che capitava. Dentro nella trincea, nel Monte Piano così lo chiamavano perché era pianeggiante sulla cima, non c'erano alberi, niente, era piano. Gli "austriachi" erano trincerati in cemento armato con le feritoie e al coperto e noialtri italiani sulle trincee, in un fosso, come un fosso, uguale, ecco ... all'aperto. Un bel giorno è venuto un colpo di una granata, che ha colpito proprio la trincea ... ma questa è verità ... di sedici di noi, dieci sono andati fuori combattimento, fra feriti e morti; dieci, su sedici. La granata ... io, a dir la verità, di fianco, dal colpo che è venuto a scoppiare, mi sono trovato coperto dalla terra, con una gamba informigada [intorpidita] che non sapevo se era ferita o se era informigà ... dal colpo è stata informigà la gamba, con cinque a destra e a sinistra tra feriti e morti …» Ancora più scioccanti le testimonianze raccolte nel compendio «Tapum» a cura di E. Dal Pane, Bologna 1991. Scrive Gianni Stuparich, ufficiale volontario nell'esercito italiano nel libro “Guerra del ‘15” pubblicato nel 1931: «Ma è umiliante aggirarsi intorno ai ricoveri, per cercar qualche cosa: da per tutto si pesta nella merda, che sprigiona un puzzo insopportabile. Non ci sono latrine, ognuno evacua all'aperto, quanto più può vicino al suo o al ricovero degli altri; la fretta, per la d'esser colpiti, elimina ogni altro riguardo. E così questa collina rivestita di teneri pini e profumata d'erbe e di resina, questa collina su cui si viene a morire, si spoglia a poco a poco e diventa un letamaio. [...]  I ricoveri son sempre quelli: tronchi, sassi, terra; buche ombrose come tane. Le prime volte odoravano di pino tagliato di fresco, ora sanno, ogni volta più, di marciume. Il silenzio dell'artiglieria fa un effetto ancora più strano quassù, sembra innaturale e ci mette una sottile inquietudine nei nervi. L'ora della sera, con le ombre che salgono, è molto malinconica. Non resta che sdraiarsi e approfittare della tregua per dormire. Non so se sia per la fatica fisica o per la stanchezza dei nervi, o forse per le due ragioni assieme, che si dormirebbe sempre, a tutte le ore.» 

grande guerra

 



news pubblicata il lun 13 apr 15